“Che cosa ci resta?”. Pictures from Gihan

foto gianluca camporesi

foto gianluca camporesi

FRANCESCA GIULIANI | Come entrare nella vita di una persona per raccontarla? Come guardare e narrare una realtà della quale non si fa parte? Quali tracce seguire per raccontare e raccontarsi, trasformando il quotidiano, la cronaca, il particolare in universale? Come narrare il presente? Sono queste le domande che risuonano negli ultimi lavori artistici del gruppo romano Muta Imago. Dal progetto Una settima nella vita al progetto collettivo Art you lost?, che vedrà termine al prossimo festival di Santarcangelo, fino a Pictures from Gihan, visto a Forlì al festival Ipercorpo, le domande e i tentativi di risposta si rincorrono. “Che cosa dovrebbero togliere a me per fare una rivoluzione?”, si chiedono Riccardo Fazi e Claudia Sorace alla fine di Pictures, chiudendo, non a caso con un interrogativo che risuona così forte, una risposta che sembra non trovarsi.

Buongiorno Cairo. Semibuio e inizio. In scena due corpi, due persone insieme in un unico spazio che è separato, in un tempo dove il passato e quel che resta di un recente presente, si mescolano nell’atto performativo. Due vecchi banchi scolastici che fanno da scrivania alle due camere separate dei due artisti, divisi tra Roma e Bruxelles, posti ai lati della scena, uno a destra e l’altro a sinistra. Computer, microfoni, videotelefoni, lavagne che dall’Europa all’Egitto, dal fuori al dentro proiettano paesaggi trasfigurati da fasci luminosi. Le mail che dal passato si raccontano attraverso la voce narrante di Riccardo Fazi e le immagini che si susseguono sulle lavagne che delimitano il luogo scenico mostrando le persone che hanno acceso piazza Tahrir.

È la genesi del progetto, il tentativo di comprendere una rivoluzione in atto dall’altra parte del mare, quella rivolta iniziata in Egitto nel gennaio del 2011, che si è trasformato nella necessità di raggiungere un contatto reale con quel presente tramite Gihan, la giovane blogger egiziana che ha attraversato con il suo corpo la rivoluzione e ne ha tracciato con i suoi tweet di parole, immagini e video un racconto. Il suo sguardo per i due artisti è diventato necessario, affiancandosi al racconto dell’amico Giuseppe, il giornalista che dal Cairo guardava e viveva direttamente gli eventi egiziani, nel momento in cui, dopo un silenzio lungo un anno, gli eventi sono di nuovo precipitati nel giugno del 2013. È il momento in cui l’inseguimento di Gihan non è più volto a ricostruire il passato ma è presente e s’inserisce attivamente all’interno delle vite dei due artisti e delle loro ricerche: l’osservazione delle tracce lasciate da Gihan nel web, l’osservazione dell’Egitto attraverso i suoi occhi, si capovolge in un guardare alle proprie vite e alle proprie azioni presenti nello stesso momento in cui quelle di Gihan sono di nuovo presenti nella rivolta.

È questo scardinarsi di tempi che fa di Pictures from Gihan, che vede non a caso di nuovo in scena i due fondatori del gruppo, non solo un’immersione nella frantumazione di suoni, voci, immagini che ricostruiscono le tracce seminate nel web da quella lunga primavera egiziana, ma anche una sorta di messa in discussione degli stessi Riccardo Fazi e Claudia Sorace, come artisti, e del loro lavoro scenico. Pictures è un ritratto mobile dei due artisti che, aprendo le finestre dei loro studi, mostrano i loro mondi e le domande che li popolano, per agganciarsi con più forza a quella vita che pur non essendo la loro, li aggrappa più fortemente al loro presente.

Ogni azione in scena è tesa ad aumentare la visione dei dati che provengono dall’Egitto quasi come per appropriarsene con più forza. Il Cairo, le sue piazze e i suoi quartieri accesi dalle proteste sono ingranditi attraverso una lente fatta scorrere su una mappa della città impressa sulle lavagne. I suoni delle piazze sono aumentati attraverso l’uso di microfoni e la reiterazione di alcune azioni, come accade per lo scalpiccio dei passi dell’attrice che insegue la corsa di Gihan tra le vie del Cairo o per la lenta attraversata verticale di una piscina di parole che gridano Where is the future in your past?. Alla fine, un aereo da Roma parte per il Cairo; i due attori, immobili, lo riprendono con il videotelefono. “Che cosa resta?”, sembrano domandarsi. Dall’altra parte del Mediterraneo solo il silenzio. Da questa parte una visione: il tentativo di ricostruire lo scenario e la serie di azioni prodotte dal foro di uscita di un proiettile.

 

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