Cosmogonia di un’umanità in bilico secondo Lucia Calamaro

GIULIA MURONI| In fondo si tratta di cavalcare le asperità della vita per non farsi sopraffare da quel fondo oscuro e oceanico, latente in ogni inconscio, in grado di trascinare nel baratro. È in questo surf a occhi chiusi, in un equilibrio virtuoso tra il conscio e l’inconscio che il soggetto viene sbattuto e bistrattato nella conflittuale e vorticosa esperienza di sé e del mondo.

 Origine del mondo. Ritratto di un interno di Lucia Calamaro ha raccontato la depressione di una donna sui quarant’anni, Daria, interpretata dall’omonima Deflorian, che si confronta nel corso dei 3 atti con la figlia, Federica Santoro, la psicanalista, sempre Santoro, e Daniela Piperno nelle vesti della madre. Visto alle Fonderie Limone, nel cartellone della corrente edizione del Festival delle Colline Torinesi, costituisce il terzo atto del Focus sulla creazione contemporanea, iniziativa a cura di Sergio Ariotti e Mario Martone, che ha portato in scena la maratona di Antonio Latella Francamente me ne infischio, l’ultima creazione di Emma Dante Operetta burlesca e infine, il pluripremiato e validissimo lavoro scritto e diretto da Lucia Calamaro nel 2011.

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Sono tre le direttive su cui si articolano i tre atti di Origine del mondo: in primo luogo la crisi individuale e esistenziale, motore, o meglio freno, delle vicende biografiche di Daria, i rapporti primari di parentela, quelle relazioni di dipendenza e oppressione, amore e egoismo tra madre e figlia, che vedono Daria prima nel ruolo di madre abulica,  incapace di rispondere alle infinite esigenze di una figlia, poi in quello di figlia, rimbrottata apertamente e di continuo da un genitore soverchiante. Infine c’è il rapporto con la cura che prende vita nella relazione fallimentare o comunque altalenante con una psicanalista, di fronte alla quale per lunghi periodi Daria, sebbene immersa in un flusso incessante di pensieri,  non riesce a proferire parola. Anche la figlia, che cresce nel corso dei tre atti, è una parte di questa ambigua relazione. Anch’essa dedica alla madre attenzione e affetto, senza però scalfire, arrivare ai nocciolo duro e insondato del dolore puro.

A un frammento di dialogo tra le due donne è affidato il finale. Amaro, restituisce il senso della profonda solitudine che permea i vissuti e ne è l’irriducibile essenza.

Nell’interno di uno spazio domestico o al limite nei confini dell’ufficio dell’analista, si svolge una narrazione ricchissima, fluente, in grado di dare respiro a verità gravi con l’alternarsi di registri, in un vociare costante che spazia tra idiosincrasie generiche e specifiche richieste d’aiuto. Lo spazio varia di colore ad ogni atto: il primo è immerso nell’oscurità, penetrato soltanto dalla flebile luce di un frigorifero, unico varco di conforto; nel secondo è l’arancione lo sfondo cromatico dell’acceso incontro tra Daria, sua madre e la figlia adolescente e in conclusione, nella scena abitata dalla poltrona da degente in psicanalisi e il tavolo della dottoressa, è l’azzurro ad occupare lo sguardo. Gli elettrodomestici, il frigorifero dell’inizio, l’armadio, la lavatrice e infine il lavello, assurgono a totem di uno scenario familiare disfunzionale. La regista ha ragione nel rifiutare l’etichetta di teatro al femminile, questo è un teatro che si assume la responsabilità di pungolare le viscere dell’esistente, di smuovere nel profondo laddove non per caso, ma per una fitta storia di potere e di sopraffazione, sono spesso le donne ad addentrarsi, a sporcarsi le mani, in un lavoro intrepido che non dà potere né gioia ma è il motivo per cui siamo umani. Menzionati nei dialoghi, gli uomini non compaiono mai, ma è un’assenza assai eloquente. La potente scelta registica sembra voler rinviare a un certo analfabetismo emotivo maschile colpevole di riprodurre ad libitum una irrimediabile e ineffabile distanza tra le due metà del cielo, sopratutto laddove si inverte il rapporto di maternage. L’espressione logorroica del pensiero affidata alle voci, ai lineamenti e ai corpi di queste donne non sfugge, con vitalità e sofferenza, al confronto con l’abisso e da esso trae ricchezza, nel perenne e inesausto tentativo di restare a galla.

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