“Anton”, il debutto di Vanessa Korn con un Cechov intimo

antonVINCENZO SARDELLI | In un teatro giovane che in Italia sembra a volte percorrere schemi registici triti e drammaturgie insipide, gorgheggi con qualche parolaccia-tormentone, si affacciano sulla scena, ogni tanto, perle di bellezza. Come Anton – Scherzo in un atto. Dalle lettere, le opere e i taccuini del dottor Cechov, monologo con Stefano Cordella che abbiamo visto allo Spazio Tertulliano di Milano, drammaturgia e regia di Vanessa Korn. Pregevole racchiudere ogni tanto in una parentesi le cinque S (sport, spettacolo, sesso, sangue, soldi) che imperversano dalla cronaca allo schermo, per dirottare verso la poesia.

Anton, liberamente ispirato alla vita di Cechov, è la storia di un amore che è respiro. Senza il gusto della provocazione. Senza retroscena morbosi, o la ricerca ammiccante della risata. È un’oretta di monologo. Non la classica biografia. Neppure un sunto della poetica di Cechov. È un percorso nell’anima di un uomo logorato dalla tisi, al crepuscolo dell’esistenza. È un atto di fedeltà alla vita e alle sue piccole cose. Alle illusioni, che danno consistenza ai sogni: l’amore e la bellezza; l’eternità, le donne; la speranza in una guarigione.

La scena sfumata, da vecchia foto ingiallita, rinuncia ai colori sgargianti. Punta all’intimità. Sembra un quadro di Guido Reni, con luci delicate da pittura d’interno. Musiche senza tempo dialogano con i sentimenti: il repertorio malinconico dei Penguin Cafe Orchestra, le sfumature ipnotiche di René Aubry, il pianoforte raffinato di Giovanni Bomoll con Wild Flower. Per finire con le atmosfere oniriche di Vinicio Capossela. Anche l’attore, in canottiera e mutande, si presenta essenziale, in una quotidianità che ne svela l’umanità. Piccole miserie e slanci autentici. E quel senso di precarietà sospeso nell’aria, illuminato dall’interiorità. Luci blu. Poetica dell’alienazione. Decadenza, che non è rinuncia.

E un’arte che non tollera la menzogna. Anton è un uomo solo, alle prese con la salute che se ne va all’alba dei 44 anni. I panni sospesi ad asciugare, nel ristretto ambiente domestico. La bacinella per lavarsi. La scrivania. L’accappatoio. Mucchi di libri, carte sparse. È il disordine degli artisti, brainstorming spaziale e mentale, che precede l’atto creativo. Anche l’amore non esibito, che ristagna nella sfera muta, è atto poietico. «Abbiamo un solo difetto in comune – scrive Anton alla moglie – ci siamo sposati tardi». Arte, intelligenza, incertezza: «Il cervello batte le ali, anche se non sa ancora dove andrà a volare». Affiora l’anima di Cechov, tra bisogno d’ozio, per assaporare ciò che resta della vita, e urgenza di scrivere, per lasciare tracce di sé. Mistero e domande: meglio appassire lentamente nel buio, o rinascere un tempo effimero, nel tripudio dei colori? Aleggia un’aria di leggerezza, con il riferimento a quell’umorismo capace di conferire toni buffi all’esistenza.

In questo testo Vanessa Korn, alla sua opera prima, condensa un anno di studio e letture: l’Epistolario raccolto in Vita attraverso le lettere, con il profilo biografico di Natalia Ginsburg; la biografia scritta da Irène Némirovsky; il teatro, i drammi, i racconti, gli atti unici e i taccuini. Pagine di appunti, catalogati per argomenti: amore, viaggi, medicina, natura, famiglia, letteratura, corpo, malattia. E poi la fatica di scegliere, di calibrare: la voce del poeta; la propria e altrui rielaborazione. La regia, misurata, mai invasiva, entra con delicatezza nella vita di un uomo.

Anton ci rappresenta tutti, grazie alla recitazione pacata, leggera di Stefano Cordella. Attraversiamo l’umanità di Cechov. Come da un treno, osserviamo tutti lo stesso paesaggio. E ognuno porta a casa un dettaglio diverso.

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