The Apprentice: Dio perdona, Flavio no

sei fuori

ALESSANDRO MASTANDREA | Capita a volte che anche la TV dimostri di possedere uno spirito manifestamente progressista. In quelle particolari occasioni, anche una categoria generalmente vituperata come quella dei loser sembra passarsela piuttosto bene, sempre che possa dimostrare doti artistiche fuori dal comune, magari nel canto. Ne sanno qualcosa Suor Cristina, il coach e talent scout J-Ax, e il format The Voice alla sua seconda edizione su Rai Due.
Nel resto della programmazione, purtroppo, le istanze più comuni non paiono discostarsi da modelli marcatamente conservatori. Con buona pace dei loser, tornati a vestire i panni di minoranza mal vista, rassegnati nel vedere le proprie legittime aspirazioni al riscatto eternamente frustrate.
Ma quella del perdente è anche una figura romantica, eroica fino al martirio se occorre. Indubbiamente dotata di una genuina propensione al masochismo e, soprattutto, diffusissima tra i telespettatori. Nel novero, di buon diritto, troviamo spazio anche noi, gli spettatori della seconda visione. Quel più o meno nutrito gruppo di persone, che non potendo permettersi la pay-tv è costretta ad attendere mesi per guardare il format del cuore, evitando come la peste tutte le possibili tentazioni da spoiler che il mondo dei media convergenti offre. Dolore, ma soprattutto rinunzia, queste le parole d’ordine dei “perdenti”della tv generalista, che per quell’insana attrazione per la propria immagine distorta, il proprio doppelgänger televisivo, è magari “The Apprentice” che attendono con ansia.
Poiché, celata dietro regole piuttosto semplici ( partecipanti divisi in due squadre, prove di management sempre più selettive, fatidico giorno della finale, premio), questo peculiare talent dispiega una carica rivoluzionaria irresistibile. Flavio “il Boss” Briatore, per esempio, da icona e prototipo della persona vincente, del self-made man, assume su di sé la valenza di vero e proprio premio di cotanta trasmissione.
Per non parlare delle innate doti di paziente mentore, utili per tenere a bada gli scalpitanti allievi, per consigliarli e istruirli sulla difficile arte del management. E’ noto, infatti, che “la testa è molto più importante delle mani” e che “un mazzo così se lo fanno anche gli operai”.
Non è più solo questione di riscatto o rivincita, i giovani aspiranti “apprendisti” sono lì perché animati da una salutare sete di ambizione personale, per dimostrare di essere i migliori: “il secondo classificato è il primo degli sconfitti”, chiosa a fine di ogni puntata “il Boss”. Non inganni il tono alla Gordon Gekko, qui non siamo in un revival di cliché di serie televisive anni ’80, qui non si vedono nostalgici degli Yuppies, e non è solo questione di amore per l’edonismo. Il fatto è che nell’Italia contemporanea, che Flavio conosce bene in quanto assiduo frequentatore dei salotti televisivi à la page, difficilmente vincono il merito e le capacità del singolo. I giovani faticano ad affermarsi, attorno a loro trionfano raccomandati e figli di papà. E’ tutto un “magna, magna” insomma, e mentre quella di Flavio si configura come una lotta di civiltà, quella dei suoi apprendisti è invece una cesura esistenziale rispetto all’Italia dei propri padri.
Poco importa se anche loro (i padri) abbiano lottato per affermare le proprie personali rivendicazioni a un miglioramento della propria condizione. Questa delle nuove generazioni televisive è una lotta post-idelogica. Alle pastoie della politica, con tutto il loro pesante carico di eminenti e ingombranti figure di intellettuali del passato, si è andata sostituendo una mitologia molto più smart, agile e schietta. Donne e uomini di classe, imprenditori (giornalisti a volte) che in TV la sanno lunga su ogni cosa, ma che non si sentono necessariamente obbligati ad argomentarla.
Largo dunque alla meritocrazia in TV e nel resto della Penisola. Ma largo anche a una buona dose di autostima, caratteristica che al Nostro piace molto. Oltre la bravura, infatti, è “quella scintilla” che Flavio cerca negli occhi dei suoi pupilli. Tanto peggio per loro se non ce l’hanno, poiché, in tal caso, per l’insondabile mentore esistono solo due parole: “SEI FUORI!”.

Il solito Crozza alle prese col “Boss” Briatore:

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