Le OFFicine di Dominio Pubblico – Ultima puntata (…e siamo tutti don Chisciotte)

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Fotografia di Manuela Giusto

SILVIA TORANI | Ci tenevo ad assistere agli studi della serata conclusiva della rassegna OFFicine di Dominio Pubblico perché leggendone il programma avevo l’impressione che emergesse qualcosa dalla selezione proposta, una tendenza, un divisore comune. Non mi sbagliavo: BERLINISNTU (Berlin isn’t U) di Fattoria Vittadini, Gioco di specchi di Uthopia/Tra Cielo e Terra, PASSI_una confessione del duo Bartolini/Baronio e Don Chisciotte amore mio di Angelo Tronca sono tutti in un modo o nell’altro declinazioni della stessa figura. Non solo i due studi in cui se ne fa esplicito riferimento, ma tutti collocano al proprio centro l’archetipo dell’uomo moderno, l’ideatore dei propri mondi, un don Chisciotte che non rischia mai nulla perché il pericolo, se c’è, è solo mentale.

In BERLINISNTU tre giovani erranti, esponenti della numerosa compagnia milanese di danzatori Fattoria Vittadini, sono alla ricerca di un qualcosa che deve ancora manifestarsi, che soddisfi la mancanza come condizione esistenziale. Allora fuggono e si cercano a Berlino: un viaggio che prova, come don Chisciotte, a sostituire il Sé all’Altro. Ma l’Altro non si lascia ridurre, perché dopotutto Berlin isn’t you.

Purtroppo anche lo studio sembra ancora lontano dal trovare se stesso. Un interessante lavoro sul freeze, che va dal prologo scenografico di diapositive proiettate, alla coreografia che si addensa da una posa all’altra, fino alle luci stroboscopiche che fissano lo scorrere del tempo, si perde in un delirio orgiastico che sembra non prevedere sbocchi. Così più che il nucleo di uno spettacolo potenziale il lavoro assume l’aspetto di un training schizofrenico.

Gioco di specchi, scritto dal brillante Stefano Massini, è senza dubbio lo studio dalla drammaturgia più costruita: un dialogo bilanciato tra momenti di massima tensione e allentamento che racconta la piccolezza dell’umano impegnato a fronteggiare la certezza della morte. Gli attori Ciro Masella e Marco Brinzi vestono bene i panni di un don Chisciotte che non si rassegna e un Sancho Panza che è la sua controparte concreta e razionale. Destati in piena notte da un doppio sogno che vorrebbe uno dei due morto all’alba, potrebbero verificare in ogni momento la fondatezza del presagio ma gliene manca sempre il coraggio. La realtà non è ciò che vedono gli occhi, ma ciò che pensa la mente. Allora restano al buio cercando di beffare la morte con i loro ragionamenti. Ma appena un pericolo sembra scampato, ecco che se ne presenta un altro imprevisto e ancora più temibile.

Un suono come di grilli elettronici riempie le pause di sgomento e avvolge gli occhi degli spettatori trasformando il buio teatrale in tenebre notturne. Il pubblico resta agganciato e nonostante lo studio sia in sé conchiuso e autosufficiente rimane la curiosità del “come andrà a finire”. E, da quello che ci dice Ciro Masella tra un lavoro e l’altro, sembra dovremmo aspettarci grandi cose. Il progetto, in una fase produttiva molto più avanzata rispetto agli altri, è già definito e pronto per il lancio: forse anche per questo non è risultato vincitore, ma comunque speriamo di vederlo, magari proprio all’interno della prossima stagione di Dominio Pubblico.

La giuria ha invece premiato il terzo studio della serata, PASSI_una confessione di Bartolini/Baronio, del resto già dichiarato vincitore dall’entusiastica reazione del pubblico in sala. Si tratta del più intenso dei quattro lavori: la costrizione fisica di una corda fissata al soffitto, cui l’attrice/autrice Tamara Bartolini si fa trovare appesa al rientro dall’intervallo, ha contribuito a un’interpretazione di grande potenza espressiva. Alternativamente sostegno, guinzaglio e altalena, questa invenzione scenografica semplice ma efficace caratterizza un panorama mentale ossessivo e visionario.

Alle prese con un trauma irrisolto, in una sorta di seduta psicanalitica post mortem, l’artista indaga l’ontologia dell’insicurezza postmoderna alla continua ricerca di approvazione. Il piede greco, rinascimentale attributo di bellezza divina, diventa un piede di scimmia, una vergogna da nascondere allo sguardo inquisitorio della società dei media. Perciò continua a chiederci: “Ti piace? Va bene così? E così?”. Ancora una volta è la mente a costruirsi i propri mulini a vento e a combatterli senza possibilità di vittoria. Una performance ispirata che grazie a questa vittoria potrà svilupparsi in uno spettacolo sulla morte come “curva della strada”.

L’ultimo studio, il Don Chisciotte amore mio di Angelo Tronca, è forse quello che più si avvicina all’essenza stupidamente indomita dello spirito donchisciottesco, ma resta anche il più sconclusionato. Un one man show tra il demenziale e il geek con trovate comiche da villaggio turistico ed espedienti ingegnosi come un ombrello che fa piovere. Manca un progetto organico, una struttura portante; tutto appare estemporaneo.

Eppure c’è qualcosa di poetico ed eroico nell’attore che suona il suo ukulele e canta quasi a bassa voce la sigla di Goldrake. “Il tentativo è già una vittoria” recita il programma di sala. “Perché ad essere Superman sono tutti bravi: andare avanti senz’altro scudo se non la propria volontà; questo è il vero atto eroico”. E questa sembra essere l’ultima forma di eroismo concessa al nostro tempo.

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