Carullo Minasi? Ragazzi, non è nulla, bisogna solo imparare a pararsi…

BalakaRENZO FRANCABANDERA | Mettiamo che sei un ruspante contadino dalla bella voce della penisola salentina, e che di colpo una grandiosa popstar fa una canzone che assomiglia maledettamente alla tua. Lavorate per la stessa casa discografica. Ti girano. Correva l’anno 1992, e pare fu il figlio ad avvisare il padre. “Papà, papà, ma senti questa, è ugualissima a I Cigni di Balaka!” Fu così che Al Bano Carrisi decise di accusare di plagio Michael Jackson.

Certo in effetti, devono girare. Mettiamo che sei al lavoro, hai lavorato ad un progetto fantastico sulle angurie quadrate per giorni, hai avuto un’idea geniale, l’hai sviluppata, l’hai portata sul tavolo del tuo collega e amico per discuterne assieme, lui si offre di correggerti il lay out del power point, poi lo vedi entrare nella stanza del boss e uscirne con il capo che gli dà una pacca sulla spalla e a voce alta nel corridoio dice: “Eheh che grande idea ha avuto il nostro: le Angurie Quadrate!! Chi ci avrebbe pensato! Beh ora non dite tutti che ce l’avevate nel cassetto, cari miei. La creatività è intuizione”.

Sarà la sindrome dei cigni di Balaka, quella strana sensazione di quando ti sei fatto un mazzo così e poi di colpo ti sembra che arrivi il contraente forte e si faccia la sua mano. Anzi, si fa il punto con le tue carte, che ti ha preso di mano.

Mettiamo che ad esempio sei stato chiamato a gestire un progetto artistico in condominio. Poi il condomino forte capisce che non si cava un ragno dal buco, sa di avere le spalle coperte, manca una settimana alla presentazione pubblica, si rischia il flop, allora chiama un dirigente dello Stato di Bahnanas, dice: ”Senti, già l’altro giorno te l’avevo detto, guarda che se continuiamo così facciamo un fiasco che ci ridono dietro!”. Il giorno dopo esce il programma tanto atteso della rassegna e il tuo nome è scomparso. Zac!

Chiamiamola sindrome dei Cigni di Balaka, chiamiamola come si vuole, ma diciamo che è solo l’ordinaria bassezza del genere umano che affiora, l’homo homini lupus che il mondo dell’arte fintamente evoca come lontano da sé. Perché in questo mondo ipocrita si è tutti amici, colleghi, fratelli.

Ma de che? E’ uguale preciso all’ufficio della multinazionale sul vialone fra Milano e Monza, o alla Apple dove, come racconta il Corriere, per evitare fughe di idee, i dipendenti verrebbero tenuti separati in uffici lager senza finestre, e i colleghi non possono parlare fra loro di quello che fanno, e manco dirlo alla moglie. E per giunta con stipendi da fame e solo per fare curriculum.

Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi sono due persone che hanno avuto il volo radente dei cigni di Balaka, che nel loro percorso, per quanto hanno raccontato di recente, hanno assaporato il triste dolore della fregatura.

All’istante un’emotività pelosissima si scatena in rete, articoli e solidarietà da compagnie che magari poi vai a vedere non pagano i contributi ai loro dipendenti, lettere sdegnate da amministratori di enti in arretrato di due anni con i borderò, che con i loro mancati pagamenti stanno facendo chiudere altre compagnie ormai con l’acqua alla gola, o magari commenti ai post di gente nota per trattare da schifo i collaboratori, ma che davanti alla colossale ingiustizia dei due ragazzi… Eh, che non gli vuoi mettere un like? Un pollice azzurro sulla foto del massacrato di turno? Non parliamo neanche più del caso specifico a questo punto, sia chiaro, ma del caso-tipo, diciamo così.

Tornando invece al caso specifico, onestamente, vorrei dire agli amici Carullo Minasi che capisco il loro dolore personale, che professionalmente penso di aver subito uguali ingiustizie (nel mio vissuto e con il rispettivo calibro), di ugual portata, confermo loro di aver preso la colite dopo un mese dal mio primo contratto di lavoro, quel mal di pancia intorno ai trenta anni che significa che la pacchia è finita, che non puoi mangiare più l’insalata senza scappare al cesso perché ti hanno fatto saltare i nervi. E solo per colpa di quel tale, o di quell’altro tale. Per quel lavoro, quel progetto, per la troppa vicinanza dei cigni di Balaka.

E che no, non penso che la strada giusta siano analisi apocalittiche sulla sconfitta del mondo del teatro intero, sordo dinnanzi alla crudeltà di queste ingiustizie. Penso solo che a chi lavora capiti. E capiti ancora. E ancora. E che sia illusorio il mondo delle solidarietà social. Penso che le sconfitte, i naufragi, i dolori e i fallimenti, le incazzature siano in fondo un ingrediente del vissuto di ciascuno. Che deve al più temprare, ma mai dissuadere dall’istinto animale di fondo. Questo si, questa è l’unica cosa che mi sento di dire. Carullominasi o non Carullominasi. Napoli o non Napoli.
E occhio ai cigni di Balaka! Si, ma anche agli Aristogatti, a Kodafratelloorso e a tutte le fiabette sul mondo buono che non può tollerare queste ingiustizie, fiabe che servono a mala pena a fare addormentare mia figlia di un anno e mezzo. Che a volte ho il sospetto che manco lei ci crede.
Anche Shakespeare lo sapeva, ed infatti c’è differenza fra il finale de La Bella Addormentata nel Bosco o Cappuccetto Rosso e quello di Otello, Amleto o Romeo e Giulietta. “Where are le buone pratiche”, mi pare infatti dica Amleto prima di morire.

“Che si impara da questa storia?”, chiedeva l’altro giorno il poeta. Nulla, solo che nella vita bisogna imparare a pararsi.

Magari la prossima volta starete più attenti, chiederete di farvi un contratto migliore, avrete imparato a prendere le misure di quel gancio che l’ avversario sa sferrare così bene. Tutto qui. Tranquilli, ci siamo passati tutti. Non è successo niente. Funziona così dappertutto.

State solo attenti ad una cosa: al mondo dell’arte e agli artisti, alla finta community delle solidarietà low cost, che ha il deprecabile difetto di voler far la finta morale, di rappresentare la bassezza come lontana da sé, stigmatizzare ma poi girarsi e pisciare sul muro; ora lo sapete: funziona anche lì allo stesso modo. Anzi.

Quindi occhio ai Mi piace! Schiena dritta, e doveri e diritti scritti per bene la prossima volta. E niente insalata per un po’.

Che alla fine non so neanche se Balaka era il nome di un posto o di un tipo che allevava i cigni. Ma fossi stato Jackson mai avrei copiato da una canzone con un titolo così. E infatti, mi sa che alla fine il tribunale gli diede pure ragione. A Jackson.

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Comments

  1. Selvaggia Crescenza says:

    A proposito del cantante salentino e della popstar americana, il Tribunale di Milano stabilì che non vi era un vero e proprio plagio poiché i brani di entrambi erano privi di originalità essendo ispirati da vecchi pezzi blues americani privi di diritti d’autore come “Just another day wasted away”.

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