Sketches of a Dying Time: l’umanità alla deriva di Raphael Bianco

allo_spazio_tertulliano_la_compagnia_egri_bianco_danza_tom_waitsVINCENZO SARDELLI | Sketches of a Dying Time. Si chiude nel segno della danza la lunga stagione dello Spazio Tertulliano di Milano. Una nota di leggerezza come codice espressivo. Ponderati, improntati anzi a una riflessione amara, sono invece gli scenari raffigurati dalla compagnia EgriBiancoDanza di Torino. Due coreografie di Raphael Bianco, il cui titolo inglese risuona diversamente sinistro:  “frammenti di un tempo che muore”; oppure “frammenti di un tempo di morte”.

Due balletti di circa mezz’ora l’uno. Una danza che unisce classico e contemporaneo, lontano dagli accademismi. Scena spoglia. Arte totale, che combina fisicità e spazialità, corpo, luce, costumi, colori. Una musica che dà il la alle performance, puntigliosamente scelta per dare consistenza alle idee.

Scenari umani in decadenza caratterizzano la prima coreografia, dal titolo The earth died screaming. Incentrata sulla musica di Tom Waits, la danza evoca uno scenario postumano in cui la lotta per un territorio vivibile si fa feroce. Tutti sono animati da una fregola egoistica di sopravvivere. L’uomo è un animale sociale, diceva Aristotele. Ma diventa spietato fino alla ferocia, quando anela a un posto al sole.

Le musiche stranianti di Tom Waits, segnate da clangori, sono suoni distorti, a metà fra il surreale e il rurale. Animano movimenti gracchianti e deliranti, ritmi caracollanti e vuoti adrenalinici.

La cifra perturbante di questa coreografia disegna scenari in cui l’uomo, dimissionario da se stesso, implode nel proprio disagio, naufraga nella precarietà di un pianeta avviato alla distruzione. Vediamo in scena esseri sghembi e disarticolati, schegge di un’umanità alla deriva. Un po’ scimmie un po’ robot, insetti o avatar, i danzatori sono automi spersonalizzati, ingranaggi senz’anima spinti da pulsioni primarie. La scena è nuda, due clivi, pedane semicurve a tratteggiare una mezzaluna che però non si chiude. In mezzo si crea un vuoto, voragine non solo metaforica in cui i protagonisti riparano o precipitano. I performer, i costumi rossi ridotti a brandelli, occhiali da sole che schermano anche l’anima, si divorano e calpestano. Stramazzano, agonizzano. Curvi, bocconi, striscianti, sono creature sbilenche. Sono gobbi automi alienati, di cui sopravvive solo l’atletismo del corpo.

La seconda coreografia, Nowhere?, è una riflessone sulla migrazione umana. Migrazione reale e spirituale. Nowhere? affronta il cambiamento, le lotte per l’affermazione di nuove idee. L’azione danzata, declinata sulla musica di George Deuter, prefigura stavolta la possibilità di una terra promessa. Questa nuova umanità prevede la rinascita dell’anima, la ricerca di nuovi orizzonti in cui ritornano valori come l’amore e l’amicizia, la solidarietà e il gioco di squadra.

La natura rifiorisce sulla scia dello stile meditativo di Deuter: orizzonti da scrutare, luci più intime, musiche più calde. Ballate meno plumbee, di impianto lievemente più dolce, meno schizofrenico, con un uso più rotondo del corpo e un’impostazione del movimento meno estremizzata.

Questa umanità New Age, pan-etnica, differenziata, marca la personalità di ciascun individuo. Guarda al misticismo. Tende a un’ispirazione spirituale e creativa. Il dolore rimane, ma nasce dalla consapevolezza dei propri limiti, non da insoddisfatte brame egoistiche.

La danza più armonica si accompagna a suoni della natura, versi d’uccello, gorgoglii d’acqua, onde, lussureggianti percussioni arcane.

Atmosfere suggestive, misteriose, inquietanti. E un fortissimo bisogno d’amore, prima ancora che d’autenticità. Con questo messaggio ci lasciano i sette danzatori (Elisa Bertoli, Maela Boltri, Francesca Ossola, Alberto Cissello, Vincenzo Galano, Vincenzo Criniti, Cristian Magurano) guidati da Raphael Bianco, assistito alla regia da Elena Rolla. E rimane la sensazione che, quanto vediamo in scena nella seconda coreografia, sia un po’ la cifra umana della compagnia fondata da Susanna Egri: braccia che si tendono al sostegno reciproco; voglia di rinascere insieme dopo ogni caduta. E un’arte davvero globale, dove suono e movimenti sono perfettamente calibrati.

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