Fiabe e avventure. Stralci tra Moresco e Mari

moresco_fazioCARIBALDI | Saranno felici i lettori da volume breve, quella tipologia di persone che rifuggono per principio i libri lunghi, e ai quali affibbiano spesso epiteti eterogenei, quali ad esempio “mattone”, e come tali li lasciano nel muro delle librerie.

Non nego che il ragionamento, all’apparenza semplicistico, possegga un suo fascino. Con tale scelta si legge ugualmente e magari con meno fatica, senza ansia che manchi il tempo di finire quelle poche pagine e che, una volta giunti alla fine, sia passato talmente tanto tempo che ci siamo dimenticati l’inizio e gran parte della trama. Ma così facendo addio Recherche, Guerra e pace, La montagna incantata, La marcia di Radetzky, Enrico il verde o Anna Karenina tanto per citare a memoria.

Tuttavia, scegliere per compattezza può regalare anche sorprese e permette di apprezzare volumi di rara intensità. Mi ricordo ancora, quando un mio conoscente, appartenente alla schiera dei lettori da volume breve – qualità di cui si faceva un gran vanto – mi consigliò il meraviglioso Il fucile da caccia di Inoue Yasushi.

Questo lungo preambolo per sottolineare l’uscita, negli ultimi mesi, di due brevi romanzi, o sarebbe forse meglio dire due fiabe, di un autore che negli ultimi anni sta attirando sempre più attenzione e i cui titoli più conosciuti non sono certo caratterizzati dalla brevità, oltre ad essere assai compositi per materia (stratificata), lingua e complessità di pensiero. Mi riferisco ad Antonio Moresco, milanese d’adozione, nato a Mantova nel 1947 e ai due volumi Mondadori, collana libellule: La lucina e Fiaba d’amore. Due testi brevi, caratteri grandi in pagine piccole, 167 per l’esattezza il primo e 155 il secondo. Per di più, il genere aiuta la lettura e permette di avvicinarsi a un autore “difficoltoso”, questo detto non come critica. Provate a confrontarvi col maestoso Canti del caos o con un volume come Gli esordi, se già non lo avete fatto, e capirete cosa intendo

Quindi vedrete in quanti adesso vi parleranno di Moresco, lo “scopriranno”, ve lo consiglieranno e ne diverranno cultori. Poi, dopo l’ospitata di aprile da Fazio, come non conoscerlo? Meglio però sorvolare sul salotto liturgico di rai 3 dove, come in tutte le messe che si rispettano don Fabio ci insegna come comportarci bene. Meglio pensare che la presenza di Moresco sia stata casuale…

Moresco è un autore che merita attenzione, anche se, tutto quel parlare di lui come autore di culto, per pochi, quell’alone quasi mistico-mitologico, lo rendono antipatico e distante. Ma non fateci caso, non è colpa sua, accade suo malgrado. Basta ascoltarlo od incontrarlo per accorgersene. In un panorama letterario come il nostro (come sarebbe bello poter dire il vostro…) pochi sono gli scrittori che meritino di essere affrontati, soprattutto tra i viventi, ora che addirittura Aldo Nove scrive un romanzo su san Francesco e affronta tour di presentazione con Emidio Clementi, Alessio Bertallot, Jovanotti e chissà quali altri, oppure che Bompiani pubblica un libro di Candida Morvillo, quella per niente candida per intendersi, che stavolta ci dice che “le stelle non sono lontane”. Ma non ricadiamo in sterili polemiche.

Oltre a Moresco, che tra l’altro è anche un grande autore di teatro (questa giocatevela in una discussione pseudo letteraria tra amici, farete una grande figura: citate la raccolta di drammi Merda e luce e vedrete che farete colpo sul vostro interlocutore) mi preme segnalare un altro autore, sempre italiano, sempre interessante, soprattutto dal punto di vista linguistico, ovvero per la volontà dichiarata di muoversi all’interno di quel magno perimetro segnato da nomi nobili del nostro patrimonio quali Gadda, Fenoglio, Landolfi, Primo Levi ed altri. Mi riferisco al milanese Michele Mari, del quale è da poco in libreria per i tipi Einaudi Roderick Duddle, godibilissimo e felice romanzo d’avventure, che ci riavvicina al gusto del leggere in quanto tale, con un occhio dichiarato a due grandi autori quali Stevenson e Dickens, pietre miliari nel percorso letterario dell’autore ambrosiano.

Ma se siete poco attratti dal genere o dal perimetro letterario summenzionato, forse potrà stimolarvi la lettura di un suo precedente volume, Rosso Floyd (2010) che, come si evince facilmente dal titolo, è un romanzo sulla parabola artistica dei Pink Floyd. Vedete che dove non corre in aiuto la brevità, come dicevamo sopra, ecco forse arrivare la curiosità per una tematica insolita. Pensate che un mio amico è riuscito a farlo leggere alla tardo-adolescente (?) sorella vegana e tutta piercing che così ha toccato in vita sua quota tre romanzi letti. Cito questo esempio poiché immagino essere altri gli autori che potrebbero interessare la suddetta, non certamente Mari.

Strano accostare due autori lontani come Moresco e Mari, due scrittori distanti, dai percorsi molto diversi – Mari tra l’altro è figlio di Enzo Mari e insegna all’università, quasi opposto invece il percorso biografico di Moresco – ma vicini tuttavia se si considerano due semplici fattori: quello qualitativo, del quale sembra che ogni giorno si perdano sempre più le tracce, e quello sostanziale, innestato su di un confronto diretto e vero con la pagina scritta, che li caratterizza entrambi.

Per dirla in breve, sono due che si rimboccano le maniche e inzuppano le mani nell’inchiostro e mestano e rimestano. Non lo versano da un contenitore in flute trasparenti, in attesa che evapori per vedere cosa resta.

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