Il canto di Ulisse, intervista scritta e video a Kirtan Romagnoli

Kirtan_CollinareaANDREA CIOMMIENTO | Il viaggio allarga la mente e ne dà forma, e il canto delle isole di Ulisse è la mappatura che Roberto Kirtan Romagnoli dona al pubblico nel suo spettacolo diretto da Loris Seghizzi (Scenica Frammenti) in debutto nazionale a Collinarea Festival in una sala strapiena che deborda di umanità.

Kirtan fa il suo viaggio e lo fa per noi, impara le lingue di tutti i popoli in un vero e proprio atto d’amore nei confronti della grecità da cui proveniamo e del teatro come arte dell’incontro. Ogni isola raccontata è l’occasione per “trasfigurarsi” gustosamente in tutti i personaggi dell’Odissea in un gioco scenico di maschere senza maschera. Un lavoro teatrale da preservare come piccolo scrigno che rivela il nostro antico legame con il mondo greco.

Come nasce il lavoro sull’Odissea?
Loris Seghizzi mi dice che è innamorato dell’Odissea da tempo. Quando gli porto a gennaio il lavoro c’è un canovaccio e una struttura. All’inizio delle prove lo spettacolo era molto più didattico. C’erano tante parti didascaliche, tutta la ricerca e la critica letteraria veniva fuori. Allora Loris mi dice: “sì, bello ma il viaggio dov’è?”.

La risposta che si è manifestata in te sembra essere il viaggio che Kirtan ha fatto dentro le pagine di Omero…
Esatto. La bellezza di questo spettacolo è che mi dà la possibilità come narratore di essere sempre vivo e di sentire e poter fare quello che sento. Vengo dalla commedia dell’arte, per me è veramente difficile. Non sono un attore di prosa. Non che io non abbia memoria, ne ho tanta da tenere insieme ma non sono un attore di prosa per cui mi trovo bene con i canoni della commedia dell’arte e lavorando così la commedia dell’arte è viva.

Ogni isola è l’esperienza della “possessione” da parte dei personaggi…
Hai ragione, questo spettacolo greco ha a che fare con Dioniso e la possessione. È il corpo ancora prima della mia mente. Io so la storia ma è come se il mio corpo la sapesse meglio di me. Per cui il fatto che io renda ogni isola e ogni personaggio in una maniera così personale penso sia dovuta alla possessione del corpo come in una sorta di catarsi. Mi sento come se fossi guidato. La guida dall’alto mi dice di fare così: guida vuol dire sentire, ascoltare la percezione del qui e ora, del Kairos, della cosa giusta al momento giusto.

Cosa porti come crescita personale?
Quando ho letto l’Odissea mi rendevo conto della profondità e della poesia. L’Odissea è lo specchio e la lente di ingrandimento della nostra società e della nostra maniera di essere. Siamo greci in tutto e per tutto. Gli insegnamenti di Apollo, Ermes e Atena sono il pensiero alto, noi siamo questa cosa qua. Se non avessimo questo non saremmo quel che siamo. Se sai da dove vieni sai chi sei e sai dove puoi andare perché conoscere vuol dire libertà.

I greci cosa avevano capito?
Avevano capito come stare in perfetta armonia con la natura. Ci siamo distanziati da questo modello. Quando Omero parla dei Proci parla di una società che sta dividendo gli antichi legami e la giusta relazione con la natura. Omero lo ha detto, noi sedevamo nei concili con gli Dei e ora non vediamo più il divino che è intorno a noi in una sorta di rifiuto a priori.

La tua narrazione si contraddistingue dalla presenza di mille voci interpretate in dialetti e altrettante sfumature meticce. Grazie al tuo sguardo Ulisse si fa attraversare dal canto di tutti i popoli…
Ho avuto la fortuna di nascere in una famiglia di falegnami dove si parlava in dialetto. Ritengo i dialetti una lingua perché sono veri, forti e sanguigni. Con i dialetti basta una parola per entrare in un mondo meraviglioso. I dialetti danno questa opportunità, il piacere di sentire le musiche e il piacere di capirne la forza. Questa è poesia e mi è venuto spontaneo per Ulisse, l’uomo dalle mille forme, colui che tutto lega e che non è imprigionabile e legabile, colui che può parlare mille lingue.

Estratto video dall’intervista a Roberto Kirtan Romagnoli (Scenica Frammenti):

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