Santo Genet a Volterra: un postribolo patibolare

Genet-compagnia-della-Fortezza-Stefano-Vaja13ELENA SCOLARI | E chi se l’aspettava? Che una criticona ancora si commovesse? Mi rincuoro nel trovarmi ancora sentimentale (almeno dietro le sbarre). Credete che non mi sia accorta dei trucchi di Punzo? Della sua sapiente agopuntura del cuore? Sentimentale sì, rimbambita no. Me ne sono accorta eccome, ma sapete una cosa? Me ne sono fregata. Perché era giusto lasciarsi andare, era giusto lasciarsi travolgere dal vortice. Un vortice in cattività, e per questo di potenza decuplicata.

Vedere “Santo Genet” dentro al carcere di Volterra è un’esperienza, e uso questa parola nel suo senso etimologico: conoscenza di cose particolari acquisita tramite l’osservazione e la partecipazione intensiva. Si esperiscono molte cose particolari: dalla perquisizione all’ingresso all’abbandono del cellulare (si sopravvive, si sopravvive), dalla lettura delle norme sui cibi da introdurre nella casa di reclusione (formaggi solo a pasta morbida e pani rigorosamente affettati) alla coda davanti all’alta cancellata, dal clangore del metallo all’occlusione visiva delle mura tutto intorno.

Entrati nel bel cortile (ci sono pure dei pruni, anche questo ci sorprende) sentiamo una musica lenta e diffusa, facciamo silenzio e una geisha maschio ci accoglie e ci fa strada verso la prima stazione dello spettacolo, alla quale accediamo passando attraverso un corridoio di detenuti marinaretti, due colonne di uomini su piedistalli, in maglietta a righe e pantaloni bianchi, occhi bistrati e pomelli rossi, labbra pitturate, muscoli e tatuaggi che più prevedibili non si può. Una visione a metà tra Dolce & Gabbana e Querelle de Brest. Attraversiamo piano questa galleria umana, e osserviamo, osserviamo molto, visi con un trucco pesante che rende più pesante la loro verità. Siamo ancora un po’ guardinghi ma l’impatto estetico con il grande rettangolo bianco, accecante, nel quale arriviamo continua l’opera di stordimento. Edicole e tempietti di polistirolo, colonne e scalette, ruderi stilizzati di un bianco abbacinante, ruderi di persone. Gli attori sono lì, immobili, in costumi sgargianti e tamarri che ricordano il Tano da morire di Roberta Torre. Qui Armando Punzo sorride sexy e materno, padrone di casa, in abito lungo, l’unico nero, elegante nella figura sottile, ornato di rose rosse, dispone il pubblico davanti a queste rovine, a questo scavo di sentimenti. E qui arriva anche Genet, i detenuti recitano alcuni monologhi, dei quali confessiamo di aver colto una percentuale parziale, lo stordimento sta crescendo e i sensi non permettono la concentrazione dell’ascolto. Ricordiamo però molto bene la dichiarazione d’intenti nella parte di Aniello Arena (la star della Compagnia della Fortezza): “Vi sedurremo dai piedi fino alla punta delle orecchie, stasera vi vogliamo far divertire”. Ed è esattamente quello che accade da questo punto in avanti, entriamo in una parte chiusa, in un budello di celle, tutte celate da specchi, stucchi, cornici barocche, drappi, ori e velluti, rose nauseanti che sanno di vaniglia, un postribolo dove gli spettatori sono clienti e assistono consenzienti alle esibizioni di figure e personaggi estremizzati, che si presentano raccontando la loro storia, il loro pezzo di vita letteraria, tra scaricatori di porto e maitresses, sospesi tra regno dei vivi e regno dei morti, tra scena e realtà perché “la scena è il luogo più prossimo alla morte, questo è il sepolcro dove vivremo per i prossimi duecento anni”.

In questo spazio dell’incubo, in quest’aria afosa e costretta, Punzo e le sue marionette, l’assassino Genet tra altri assassini (perché qui il più buono ha ucciso la madre, bisogna ricordarlo, non è gente che ha rubato le mele al mercato), ha corso il turbamento vero, l’emozione più perturbante: una componente erotica innegabile spinge alla curiosità verso uomini che si sanno colpevoli di delitti ingiustificabili, ci si domanda di quale crimine si saranno macchiati mentre costoro interpretano falsi colpevoli, un corto circuito etico che costringe a riflettere, con difficoltà. Un papa nero, spose tutt’altro che bianche, regine di boudoir ti girano intorno affermando di essere “soltanto una dignità rappresentata dal mio costume”. E all’improvviso, interrompendo il carosello criminale, parte un walzer, galeotti travolgono dame innocenti in una danza attorcigliata mentre Punzo si dichiara tenutaria del bordello e declama al microfono una nenia funebre assai vitale, la fortuna di morire magnificando la fine col dolore.
La colonna sonora di Querelle de Brest “…each man kills the thing he loves…” ci guida finalmente tutti fuori, nel bianco, nell’aria libera, nella luce del giorno che rimette i ruoli in ordine, una fantastica parata di statue di cartapesta, modelli dei galeotti stessi, vengono alzate in corsa dagli attori, aprono la strada al saluto finale con assolutorio lancio di fiori. Siamo tutti detenuti? Questo è il pericolo della furbizia di Punzo, che fa operazione artistica nel sociale, che confonde bene e male, vestendo il crimine di uno scintillio poetico, gli specchi che raddoppiano non ingannino: se alla fine dell’ubriacatura noi possiamo uscire un motivo c’è.

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