Se il carcere è umano, insegna a rialzarsi: teatro e carcere a Roma

ilmurofotoLAURA NOVELLI | “La vita in prigione è dura/ Carcerati senza scrupoli e senza paura/ Il coraggio per primo e poi amico ti stimo / Tra le sbarre si sente il calore / Poi si passa all’orrore / L’orrore che uccide /L’orrore che decide / L’orrore che graffia la vita che passa/ Penso alla mia vita / Una vita sprecata / La giustizia ingannata / Una vita dannata /Per salvare l’onore / Seminare il terrore /Ma il mio tempo è finito / E mi sono pentito / Voglio ricominciare / Voglio dimenticare/ Far capire al mondo / di non sbagliare / di seguire esempi giusti […]”. Non sono parole tratte da opere di intellettuali e scrittori celebri bensì – più semplicemente – le parole di un rap sul tema carcerario che, circa due anni fa, hanno scritto alcuni ragazzi di dodici/tredici anni, oggi miei ex-allievi, in occasione del concorso “Conoscere il carcere” promosso nelle scuole medie inferiori e superiori della Penisola dal Ministero della Giustizia, in sinergia con il MIUR. Concorso tra l’altro vinto, ex-equo con un liceo romano, proprio dalla mia ex classe con questo testo “Voglio ricominciare” e con un altro rap, “Oltre le sbarre”, anch’esso sugellato da una chiosa significativa (“nel futuro io ci credo/ se chiuso gli occhi lo vedo/ la cosa più importante/ da pensare è che/ nella vita si può sbagliare”), entrambi musicati artigianalmente e cantati dai ragazzi stessi.
Perché ne parlo? Mi sono tornati in mente in questi giorni dopo aver assistito a due lavori teatrali a loro modo connessi: “Una Bella Prigione (il Mondo)” che il  hanno presentato il 28 luglio all’interno della rassegna “I solisti del teatro” e lo spettacolo “Il muro”, scritto e diretto da Angelo Longoni, che dopo il debutto proprio a Rebibbia per un pubblico di detenuti e i consensi raccolti durante le repliche romane al teatro Lo Spazio è stato proposto al Fontanone del Gianicolo e sarà ripreso durante la prossima stagione.
Credo che la sensibilità ancora acerba ma evidentemente permeabile al mondo dei miei giovani alunni abbia intercettato con luminosa puntualità il senso di queste due operazioni teatrali. Ovverosia: la necessità di interrogarsi sulle ricadute umane di un’esperienza drammatica come la detenzione leggendola come un passaggio verso una seconda vita, una seconda possibilità, un cambiamento, una rinascita.
La pièce di Teatro Libero aveva un sottotitolo emblematico, “Un Talk Show su Bellezza e Giustizia”, e attori storici della compagnia come Sasà Striano (lo ricordiamo in “Gomorra “ e nei panni di Bruto in “Casare deve morire”), Fabio Rizzuto e Giovanni Arcuri (Cesare nel medesimo film dei fratelli Taviani, Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2012), accompagnati al piano da Franco Moretti e coordinati da Fabio Cavalli, hanno passeggiato tra le pagine di Shakespeare e Genet, virando simpaticamente verso canzoni popolari come “Il barcarolo” e verso una spontaneità cabarettistica carica di autoironia, per raccontare con partecipato entusiasmo un carcere che sia aperto alla cultura, al teatro, ai libri; un carcere che non si imponga di “rieducare” ma piuttosto insegni ad essere diversi, a capire angoli sconosciuti di mondo, a comprendere meglio se stessi; un carcere che permetta di mantenere la propria dignità, che abbia cura dell’umanità di ciascuno, che offra un’opportunità concreta di rinserimento sociale. C’è stato un momento di forte commozione, quando Striano ha recitato un monologo tratto da “L’enfant criminel” di Genet, e c’è stato un tempo lungo di riflessione, di dibattito e confronto con il pubblico quando, a fine lavoro, il costituzionalista Marco Ruotolo ha ribadito i punti caldi della questione e, Cesare Beccaria alla mano, ha parlato di “umanizzazione” del carcere: Poesia e Legge possono camminare, dunque, su un unico binario.
E possono farlo anche quando in ballo c’è l’esperienza di una coppia messa a dura prova da una carcerazione improvvisa che rompe la felicità di un matrimonio e fa vacillare ogni sicurezza personale e familiare: quanto racconta Longoni ne “Il muro”, piccola ore rock ispirata alle musiche dei Pynk Floyd egregiamente eseguite dal vivo dal gruppo soundEclipse, ha il sapore agrodolce di una favola sentimentale usata a pretesto di un moderno pamphlet filosofico su tutti quei muri che, al di qua e al di là del carcere, delimitano le nostre vite, le nostre emozioni, la nostra realizzazione umana e sociale. Se il riferimento a “The Wall” è ovviamente esplicito, ben più simbolico vuole essere la costruzione di un testo scandito in diversi quadri e intervallato da numerosi inserti musicali (arricchiti da uno splendido montaggio di immagini) che fotografa l’incontro casuale tra un uomo (Ettore Bassi) e una donna (Eleonora Ivone), la crescente consapevolezza di un amore che si trasforma in progetto comune e poi la caduta, il ribaltamento, la galera per un brutto affare di tangenti e di corruzione. Questo muro cancella d’un tratto il senso stesso dell’identità, annulla il passato, annebbia il futuro. Fin quando il protagonista capisce che – appunto – dopo si può ricominciare, riprendere a sognare e a costruire. Pensare addirittura ad un figlio. Tra flash-back e monologhi paralleli, le scene si avvicendano l’una dopo l’altra, con un ritmo a tratti forse troppo lento e un linguaggio che passa volentieri dal quotidiano al lirico, lasciando intendere il dipanarsi di un tempo che è soprattutto, come sempre, una dimensione interiore. L’energia più spontanea passa attraverso la musica e – davvero bravi i cinque musicisti in scena – ci trasporta in un tumulto di emozioni e ricordi collettivi. Alla fine viene voglia di ballare: il muro diventa inno, bandiera, liberazione.

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