L’ultimo valzer di Zelda Fitzgerald: danza macabra secondo la Piccola Magnolia

GIULIA MURONI | Allontanarsi dalla follia sulla scorta di vorticosi arabeschi del pensiero e scrivere per fuggire l’incombenza oscura del disagio mentale. Questi i motivi per cui i medici di Zelda Fitzgerald, nella clinica psichiatrica di Baltimora, hanno incentivato la sua attitudine a scrivere. Non del stesso avviso il marito Francis Scott il quale pare sentisse sentimenti ambivalenti rispetto a questa attività, e alla stessa personalità dell’eccentrica e capricciosa coniuge.

10501799_10204686260865254_8891228869488711549_nPiccola Compagnia della Magnolia ha portato in scena “Zelda/ Vita e morte di Zelda Fitzgerald”, monologo tratto dalla tormentata vicenda di Zelda Fitzgerald a partire da “Lasciami l’ultimo valzer”, romanzo degli ultimi anni di vita in clinica psichiatrica. Il lavoro condotto dalla compagnia (Giorgia Cerruti e Davide Giglio) sul testo di Zelda e sui carteggi Francis-Zelda ha permesso di costruire una ricca drammaturgia in cui si dà spazio ai chiaroscuri della coppia, in bilico tra l’esaltazione dei ruggenti anni Venti in Europa e gli abissi di insicurezze e fragilità, pronti a riemergere e trascinare nel fondo. Non si tratta di un dialogo, è Zelda (Giorgia Cerruti) a dire la sua, a raccontare le loro vite dal suo personale punto di vista, deformandole con il mastice delle sue nevrosi e mischiandole con le storie dei romanzi di Francis, della sua infanzia agiata, delle numerosi ambizioni inespresse.

Visto a Racconigi (CN), nel cartellone de la Fabbrica delle Idee/Progetto Cantoregi, nell’abside della chiesa sconsacrata di Santa Croce, lo spettacolo vede in scena Zelda, seduta nel letto di contenzione della clinica in cui ha trascorso la fase terminale della sua esistenza e dove ha incontrato la morte. A otto anni dalla perdita di Francis, il delirio sembra avere la meglio su di lei e il soliloquio inscenato scorre tra l’amore e la nostalgia, il risentimento e il livore, tratteggiando i confini di una danza macabra ininterrotta. Sconquassato l’asse temporale, i numerosi flash-back, il rimestamento dei piani e la confusione di registri e prospettive contribuiscono a creare un mosaico complesso e variopinto, in grado di abbracciare tutta l’esistenza di Zelda Fitzgerald fino alla sua drammatica fine.

Giorgia Cerruti padroneggia con sapienza l’arte attoriale: non è una performer, è un’Attrice. Nella dicotomia tra attore tradizionale di teatro drammatico e performer postmoderno, la Cerruti muove verso una soluzione efficace e originale, scevra di birignao e consapevole della potenza specifica dell’arte attoriale, aperta ad un caleidoscopio di possibilità interpretative. In questo lavoro profondamente onesto e di qualità, la finzione è mostrata: nel suo volto si susseguono i mutevoli stati d’animo di Zelda che passa in rassegna la sua esistenza e nella voce, dal timbro ricco di variazioni, risiede un’intensità formale di rilievo.

Uno spettacolo caratterizzato da pochi elementi, ben calibrati e di pregio, indicativi di una declinazione dell’artistico scenico che non scivola nell’intellettualismo e che si fa carico di un’operazione estremamente valida: quella di dare spazio autonomo a una figura complessa e controversa sulla quale troppe volte sono state date letture subordinate alla celebrità del marito.

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