Siamo tutti schizofrenici: la pazzia alla luce dell’arte

71-C-m42oAL._SL1500_NICOLA ARRIGONI | Santarcangelo 1996, arriva carico di libri, è un ragazzo che avrà sì e no vent’anni e parla, parla. Cita Marx, estraendo dalla borsa il Capitale, Brecht, ma anche Cesare del De Bello Gallico, piuttosto che Shakespeare… I lineamenti sono aggraziati, la voce chiara, le mani tremano, gli abiti trasandati, ma in quello stile che passa inosservato nella comunità di teatranti… Parte un dialogo, o almeno credo, una conversazione che non ci vuole molto a capire che immancabilmente è monologo, è conversazione che non converte, ma parte per la tangente.

In quei caldi giorni del luglio 1996 con il Festival di Santarcangelo nelle mani di Leo De Berardinis, impegnato a rilanciarne lo spirito di festival per un teatro popolare e di piazza, l’Accademia della Follia di Claudio Misculin era impegnata a mettere in scena Crucifige!, una libera rilettura della passione morte e resurrezione di Cristo, agita e raccontata dagli ospiti del Crt di Cremona e dall’ospedale di Sospiro. Quel ragazzo incontrato al bancone del bar dove si sarebbe svolto lo spettacolo dell’Accademia della Follia venni a sapere aveva interpretato il bambino nella prima edizione dell’Anima buona di Sezuan di Brecht per la regia di Giorgio Strehler. Qualcosa di ruppe in quel bimbo allora giovane adulto e si ruppe nella necessità di eccellere intellettualmente, delle parole e dei libri fece il suo mondo, un mondo franto, spezzato, scisso.
Questo aneddoto – si crede – possa ben rendere il complesso e interessante saggio di Louis A. Sass, Follia e modernità. La pazzia alla luce dell’arte, della letteratura e del pensiero moderni (Rafffaello Cortina Editore, pagine 492, euro 32). «La natura della follia è stata concettualizzata come una riduzione o una sopraffazione della propria esistenza in quanto persone – si legge -, un declino della libertà di azione, della riflessione cosciente e delle qualità intellettuali spirituali che da tempo immemorabile sono state considerate essenziali della nostra natura umana. Parafrasando il filosofo Ludwig Wittgenstein, essa è nel nostro linguaggio, e il linguaggio inesorabilmente la reitera». Follia e modernità si occupa di schizofrenia e lega la caratteristica di iper-riflessività propria di questa malattia al modernismo in cui diventa assolutamente di primo piano il soggetto, meglio gli aspetti di un osservazione multipla e soggettiva che divengono in un certo qual modo oggettivati. Si pensi ai grandi romanzi capolavoro di Musil e di Joyce. Uno sguardo soggettivo sul mondo oggettivizzato come se quello sguardo fosse realtà. «Nessun autore lo ha espresso meglio del poeta e drammaturgo Antonin Artaud – si legge nella prefazione -. In un brano sconcertante Artaud descrive il suo volto che sembra fluttuare verso l’alto per poi allontanarsi, simile a una maschera o a una ‘membrana lubrificante’ come se la parte più intima di sé si stesse trasformando in oggetto esterno». E dopotutto le testimonianze di pazienti schizofrenici raccontano come questi dicano di sentirsi morte eppure ipervigili.
Questa condizione dello schizofrenico può diventare metafora, ma forse può essere lo status dell’uomo contemporaneo, è l’effetto deflagrante dell’ironia dissacrante, del relativismo estremo che possono culminare nella paralisi, in una disumanizzazione dilagante, nella scomparsa della realtà esterna a favore di un Io onnipotente e al tempo stesso la dissoluzione di ogni senso di identità. Follia e modernità è un monito, offre uno sguardo lucido, disincantato sulla follia e la nostra contemporaneità e lo fa indagando ponendo la follia schizofrenica a confronto con le opere di artisti e scrittori tra i quali Giorgio De Chirico, Marcel Duchamp, Franz Kafka, Samuel Beckett e prendendo in esame il pensiero di Friedrich Nietzsche, Maartin Heidegger, Michel Foucault e Jacques Deridda. Ben esprime questa nostra condizioni di morti viventi nella realtà in disfacimento Robert Musil: «E’ sorto un mondo di qualità senza uomo, di esperienze senza colui che le vive. Probabilmente la decomposizione del rapporto antropocentrico che per tanto tempo ha posto l’uomo come centro dell’universo è giunta finalmente all’Io, perché l’idea che l’importante dell’esperienza è viverla, e dell’azione il farla, incomincia a sembrare un’ingenuità alla maggior parte degli uomini». E questa la dice lunga del nostro essere nel mondo soggetti attivi, oggi forse più che mai siamo ridotti a meri riguardanti, a io iper-riflessivo, a sguardo distaccato e estraneo su un nostro essere funzionale in balia a tempi e spazi che non sono dettati da noi ma chi vengono dettati…
Louis A. Sass, Follia e modernità. La pazzia alla luce dell’arte, della letteratura e del pensiero moderni, Raffaello Cortina Editore, pagine 492, euro 32.

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