“Sorry times are chang’d”. Dentro il “King Arthur” di Motus/Sezione Aurea

arthur22FRANCESCA GIULIANI | La passione che confonde, il desiderio che trasfigura la realtà, il sentire e il vedere che si mescolano continuamente tra la scena e il video proiettato, tra le parole cantate e le parole recitate: è la riscrittura del King Arthur di John Dryden/Henry Purcell messa in scena da Motus/Sezione Aurea in occasione della Sagra Malatestiana 2014 a Rimini. Rispetto ai cinque atti della drammatic opera del 1684, il drammaturgo Luca Scarlini e i registi, Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, costruiscono la scena evidenziandone la dualità, non solo nel sovraffollamento di realtà immaginate che si duplicano tra scena e video, ma anche riflettendo sulla meta-teatralità stessa dell’opera che rimanda continuamente ad azioni e a personaggi di shakespeariana memoria, e in particolare a La Tempesta, ultimo testo con il quale si è confrontata l’opera del gruppo riminese. È nella coppia Emmeline/Silvia Calderoni e King Arthur/Glen Çaçi, non vedente per sortilegio la prima, incendiata e spossata dal raggiungimento del potere la seconda, che la realtà/irrealtà delle visioni si gioca. “Ricorda che tutto è illusione. Va avanti.”, dice, nel quarto atto, Merlino ad Arthur.

Come se tutto fosse già accaduto e non restassero che le immagini dei personaggi a dominare, il palcoscenico è cosparso di rosso sangue. La guerra è già passata, la foresta è già stata distrutta e pochi alberi nudi abitano la scena. Entrano i musicisti e, in mezzo alla boscaglia, si siedono. Le luci sono penetranti e, nella semioscurità, il fondo s’illumina. Una sorta di corridoio antecedente la scena si popola di figure che, riprese in diretta dalla videocamere di Andrea Gallo, si duplicano nel video che sovrasta l’ingresso a quella stanza transitoria. Poi altre immagini, boschi e deserti quotidiani fatti di resti architettonici in decomposizione, popolano il video che intreccia il reale all’immaginario, a quel mondo che Emmeline percepisce ma non può vedere. King Arthur è fin dal primo ingresso il giocoliere che tenta di tenere in equilibrio sulla fronte quella spada che sconfiggerà i Sassoni durante le fanciullesche scorribande tra i bui boschi dei colli riminesi e le claunesche ritmiche di clave che volteggiano in aria; ma è anche un writers che sfida a singolar tenzone il suo rivale, battendosi a colpi di spray che gridano, tingendo di rosso, versi di Dryden sui muri. “Sorry times are chang’d” spicca tra gli altri graffiti, mentre in scena Emmeline si sfila le lenti a contatto e, novella Eugenia al contrario, si meraviglia di quel mondo che pur non riconoscibile allo sguardo, nella paura è la bellezza di un cielo stellato a stupirla. Di quel mondo, però, vedrà fin da subito, non la realtà, ma una sua messa in scena: sarà Oswald, una sorta di Amleto, che non dispiega ma nasconde in foschi paesaggi invernali la verità, a mettere in scena una favola cantata per corrompere il suo amore.

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“Fuck” l’unica risposta possibile di questa Emmeline. E quella parola, scritta sulle esili cosce, si mostra nella ripresa video mentre Silvia in posa statuaria discosta il lungo abito di pizzo nero, disegnato da Antonio Marras, che la avvolge. Quasi muta, nell’attraversamento di una scena che sembra non appartenerle, è nel tentennamento di azioni non ostentate ma calibrate nei gesti e nelle pose che la sua figura prende forza, mentre la scena viene avvolta dalle note del magistralmente eseguite dall’ensamble di Sezione Aurea. Tra nebbie di fumo e semioscurità che accendono il buio, tra riflessi accecanti di specchi e lampi di volti proiettati, si consuma il King Arthur di Motus, che rinverdito e purificato degli orpelli barocchi, riporta dopo decenni in Italia la semi-opera di Dryden.

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