Gli uomini schifosi di Bottega Bombardini -Primavera d’Europa/02

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ph: Daniele Fenoglio

GIULIA MURONI | Mamma qual è la tua paura più grande?

“Che tu mi versi l’acqua bollente mentre dormo, la tua voce (solo a volte tesoro), la famosa telefonata nel cuore della notte, il terrorismo, morire lentamente di cancro, non essere all’altezza, i miei genitali, il giudizio della gente, la merda psichica e così via…”

Prosegue il Festival Primavera d’Europa/02 e la prima compagnia ospite italiana è Bottega Bombardini con lo spettacolo “Schifosi”, a partire dall’opera omnia di David Foster Wallace. Un inizio che mette curiosità: illuminato dall’alto da un fascio verticale di luce pallida il musicista Massimo Cordovani, sempre presente sulla scena, intona “Amandoti” dei CCCP. Sulla sinistra del palco, da dietro un tavolo riverso su un lato, spunta Luca Iervolino, che prima canticchia e poi vi scrive “Capitolo 1 La madre”. Spettacolo diviso in tre quadri (Madre-Padre-Figlio) vede lo stesso Iervolino impersonare prima il figlio, poi il padre, poi il figlio divenuto padre. La madre compare soltanto nel dialogo di cui sopra. Si sente la sua voce registrata e durante lo spettacolo viene citata, apostrofata, rimpianta ma non le viene dato corpo. Emerge un ritratto della famiglia nucleare dalle tinte fosche: la madre, rea di farsi carico di un amore incondizionato, farisaico, nei confronti del figlio, finisce per togliersi la vita. A una sentenza laconica è affidato il suo addio: “Impara a fingere figlio mio, io non ci sono riuscita… Almeno non fino in fondo. La verità è che ti ho sempre odiato. Mamma”.

Ce lo racconta il figlio stesso, mentre infila compulsivamente i vestiti dentro un borsone, addolorato e arrabbiato allo stesso momento. Nel quadro successivo Iervolino indossa i panni del padre paraplegico in ospedale durante l’ultima confessione con il prete. Colmo di risentimento nei confronti del figlio, riconosce di averlo detestato dal primo momento, da quando è uscito dal corpo della moglie deformandolo dolorosamente, da quando lo spettacolo grottesco dell’allattamento è divenuto costante. Il fulcro del disprezzo è la trasformazione irreversibile della ragazza che aveva sposato in mamma a tempo pieno. D’altro canto lo sdegno si estende a tutte le manifestazioni visibili di questo figlio, che fin dall’infanzia sembra aver incantato tutti tranne il padre. Quindi il vomito, la diarrea, le croste multicolori, il muco ma anche la totale assenza di riguardo con cui ha sempre trattato il mondo. Un figlio nel quale percepisce una malignità nascosta agli occhi degli altri e che gli ha ispirato non solo l’avversione verso tutto ciò che è corporeo, ma anche un intimo disgusto. Un essere umano che si disprezza al quadrato, perché non può che suscitare un sentimento incomunicabile, di cui avere pudore. Due pause per cambio pannolone, catetere e varie esigenze fisiologiche del malato e via al terzo quadro in cui il figlio prende nuovamente la parola, ora nelle vesti di marito e di padre. Come marito, illuminato da un occhio di bue freddo, indossa il cappotto e il borsone, pronto per andare via e, rivolgendosi alla compagna, le scarica addosso la le proprie frustrazioni e infine le proprie colpe. Come padre, a partire da “Alla ricerca di un significato della vita” di Viktor Frankl, mentre prepara la colazione alla figlia discetta con lei sugli atteggiamenti standardizzati di fronte alla violenza, fino a giungere a quello più stereotipato di tutti: la sopraffazione, in questo caso fisica, dell’interlocutore critico.

Il testo di Foster Wallace non lascia scampo, con un ritmo incalzante e un acume efferato traccia le fattezze di un’antropologia laida, in cui gli egoismi e i risentimenti si rincorrono nell’allucinato quadro del dramma umano. Un testo così fecondo e una prova d’attore impegnativa sono i cardini su cui si impernia lo spettacolo, che tuttavia nel complesso presenta alcune debolezze. La soluzione registica di affrontare i cambi di scena con momenti di luce calda diffusa e sospensione della musica, in cui l’attore, con sguardo spaesato, si sposta da un personaggio all’altro, dopo la prima occorrenza appare un po’ prevedibile. I quadri sono invece intervallati dalle incursioni sonore di Massimo Cordovani, la cui presenza sulla scena risulta a tratti dissonante, come la tonalità, voluta, con cui intona i frammenti cantati. Insomma le transizioni sembrano risultare farraginose. D’altro canto va sottolineata la capacità di Luca Iervolino di tenere le fila dello spettacolo, alternando con energia i vari personaggi, benché talvolta sia calcata un po’ la mano sui caratteri, già affrescati in modo piuttosto netto.

Abbiamo chiacchierato con il regista Rosario Sparno e l’attore Luca Iervolino a proposito di quanto si faccia tutti un po’ schifo…

 

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