Lo spazio sonoro di Akram Khan e Israel Galván

TOROBAKA

Fotografia di Jean-Louis Fernandez

SILVIA TORANI | Uno spazio circolare rosso, illuminato dall’alto, domina l’impianto della scena prima che la danza abbia inizio. Intorno, quattro musicisti in attesa cingono quella che sembra un’arena, un anfiteatro. Ma appena i danzatori emergono dal buio e se ne impossessano, appena i musicisti si animano e iniziano a creare, l’arena si muta in altra immagine: il disco rosso diventa la superficie tesa e vibrante di un tamburo. I movimenti e il ritmo del corpo diventano una cosa sola con la musica, la voce e le percussioni. I piedi battono a terra e seguono la sillabazione rapida del canto. Danza e musica recuperano la dimensione di esperienza fisica immersiva.

Torobaka di Akram Khan e Israel Galván apre così la ventinovesima edizione del Romaeuropa Festival all’Auditorium Conciliazione. Akram Khan, veterano del festival romano, non è nuovo a simili collaborazioni coreografiche con artisti di diverse provenienze. Questa volta il suo kathak, danza classica dell’India settentrionale, si incontra con il flamenco di Israel Galván in un intreccio coreutico che abbraccia da est a ovest un continente, passando per una selezione di brani musicali di varia origine mediterranea. Due tradizioni che dialogano tra loro e con se stesse, in una riflessione anarchica sui confini e sulla natura del corpo che danza.

Il titolo di questa performance è già una fusione di immaginari che si scoprono diversi ma compatibili, opposti ma fertili nella loro unione possibile: da una parte il toro; dall’altra la mucca. Animali simbolo di patrimoni culturali lontani. Ma l’ispirazione giunge da una poesia dada di Tristan Tzara, Totovaca, in cui il nonsense lessicale sposta la comunicazione dal livello semantico al puro ritmo delle unità sillabiche, così simile alla sillabazione che nella musica indiana fa corrispondere a ciascun gruppo di suoni un gesto equivalente sul tamburo.

Proprio il rapporto con il ritmo, la percussione, la produzione corporea del suono mette direttamente in comunicazione flamenco e kathak. Khan indossa dei sonagli alle caviglie tipici della danza indiana e Galván stivali dalle punte rinforzate in metallo. Il movimento si riappropria delle sue componenti musicali, ma anche la musica recupera la dimensione corporea che ne è alla base. Il rifiuto di un accompagnamento musicale scorporato nella registrazione si realizza nella scelta della musica dal vivo, della presenza corporea dei performer. Il suono diventa vibrazione, muscolo e diaframma. Non c’è confine tra suono e movimento: dalla platea si percepisce l’esigenza fisica di superare la distanza per immergersi nell’amalgama delle onde sonore.

E il cerchio rosso in mezzo al palco così si trasforma ancora, diventa spazio intermedio, immaginario, abitabile: uno spazio tra gli spazi. Pur nella confusione di una struttura episodica costruita per giustapposizioni, Torobaka ha l’impatto di una genesi. Un modo nuovo di declinare origini e contemporaneità. La ricerca dell’unisono non azzera le differenze; le fa dialogare, le meticcia. Khan e Galván non perdono l’identità del proprio movimento nella coordinazione dei gesti, empatici ma diversi come curva e arco.

Le straordinarie abilità interpretative degli accompagnatori musicali David Azurza, Bobote, Christine Leboutte e B.C. Manjunath, veri coprotagonisti dello spettacolo, intessono un dialogo continuo con la danza, tanto che questa appare meno efficace nei rari momenti di puro assolo, quando i performer abbandonano il cerchio dello spazio centrale. Le luci di Michael Hulls attivano di volta in volta i luoghi esterni dell’azione ma alla fine tornano a delimitare il centro, il rosso di una gabbia circolare che pone ai suoi estremi i musicisti-danzatori, toro e vacca che si fronteggiano ancora.

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