Virgilio Sieni e il corpo sepolto

Dolce-vita-Virgilio-SieniSILVIA TORANI | Lo spettacolo inizia sommessamente, in sordina, ancor prima che le luci in platea si spengano del tutto, e il pubblico sembra averlo previsto, perché da qualche minuto attende in silenzio. Il palcoscenico del teatro Argentina appare smontato, privato delle quinte, ma ingombro di strani oggetti di scena: cavalletti, pali di legno, coni bianchi di diversa lunghezza; come utensili di una bottega. Lo spazio è reso bidimensionale, schiacciato contro il fondale di tulle da una luce uniforme, metafisica, quella dei maestri del Rinascimento italiano.

I cinque quadri che compongono Dolce vita. Archeologia della Passione di Virgilio Sieni sono in effetti vere composizioni pittorico-scultoree. Ma il tratto del pennello è grezzo, materico, crudo, lontano dalla raffinata perfezione di Botticelli e più simile alle atmosfere allucinate di Pontormo, di Picasso, di Bacon. Gli otto danzatori sono come manichini, fantocci di creta fluida plasmati dalla mano invisibile dell’artista, trasfigurati nel trucco sbavato del clown.

Il Romaeuropa Festival torna a ospitare il coreografo fiorentino e la sua compagnia con un lavoro su un passato di immaginari che ritorna. La sequenza evangelica si stratifica in Annuncio, Crocifissione, Deposizione, Sepoltura e Resurrezione, a formare una serie che è come il percorso iconografico di una galleria d’arte: ogni quadro ha il suo titolo, la sua didascalia. Sono gli stessi interpreti che senza abbandonare la scena segnano la cesura da un’unità all’altra esponendo cartelli che si combinano a formare una parola.

“L’immagine lavora dentro di noi a nostra insaputa” afferma il coreografo durante l’incontro a chiusura dell’esibizione: l’immaginario visivo storicamente dominato dalla fisicità delle storie cristiane si pone così a fondamento di tutta la cultura corporea dell’Occidente. Il tema cristologico imperniava già il Vangelo secondo Matteo, coreografia destinata a duecento danzatori di tutte le età, perlopiù non professionisti, e presentata con successo quest’estate alla Biennale Danza di Venezia, di cui Sieni è attuale direttore.

In Dolce vita l’itinerario dell’umanità di Cristo diventa ancora occasione di scavo archeologico, analisi di quella memoria profonda inscritta nel corpo e che può vivere una resurrezione continua attraverso il movimento. L’apparato coreografico, a una prima impressione confuso e convulso, si costruisce su richiami e ripetizioni, su gesti che risuonano da un danzatore all’altro, da un punto all’altro della performance. Il contatto fisico, l’esperienza tattile della pressione dà vita a pose che sembrano gruppi scultorei, frammenti di vita mummificata.

In particolare, dopo due primi quadri che accostano il tremito di un angelo strisciante agli scatti violenti della crocifissione, l’episodio della Deposizione, forse il più riuscito, mostra in modo sorprendente il processo di costruzione corporea nel suo pieno svolgimento. Corpi passivi, abbandonati, si costruiscono attraverso impalcature mobili che fissano la posa, eternano il gesto, trasformandosi in concrezioni di immaginario che travalicano la frontiera tra universale e individuale.

Tutto il lavoro è imbevuto di quella malinconia felliniana cui il titolo fa esplicito riferimento, ma più che la stanca deriva de La dolce vita sembra condividere la tristezza quieta e rassegnata de La strada, o l’atteggiamento meditativo dei saltimbanchi di Picasso. Un distacco riflessivo che rischia di contagiare lo stesso spettatore. L’eccessiva eterogeneità degli elementi pregiudica talvolta la fruizione, intasando l’esperienza di chi non resiste alla tentazione ermeneutica con la soverchiante mole dei rimandi possibili.

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