Brendulo, il teatro senza paura di Silvia Frasson

Stefania Nanni e Silvia Frasson

Stefania Nanni e Silvia Frasson

MATTEO BRIGHENTI | La rivoluzione è il sacrificio di una vita combattuta con amore. L’unione dà la forza alle parole per diventare frasi: “la terra è di chi la lavora”. E Brendulo, figlio di contadini che non conosce il suo compleanno, è venuto al mondo e ha aperto gli occhi quando l’amico Giulio, figlio di conti, gli ha fatto scoprire i libri. Ma più dell’ignoranza può il timore, giorno e notte, del padrone. È “una triste storia” (e vera) Brendulo – Ovvero il Che Guevara delle colline, monologo di e con Silvia Frasson e le musiche eseguite da Stefania Nanni, andato in scena a Buti (provincia di Pisa) nella bella rassegna “Piccoli fuochi in villa” diretta da Dario Marconcini, vincitore del premio “Nico Garrone” al Radicondoli Festival 2014. Triste, non per questo arresa alla propria tristezza. Silvia Frasson la racconta, infatti, con passione determinata a cambiare il finale. Dei mezzadri di ieri come dei precari di oggi.

Siamo attorno al 1870, nel senese, nel borgo d’origine della stessa Frasson, a Chiusi, arrivata quest’estate alla ribalta della scena artistica nazionale grazie al rinnovato Festival Orizzonti. Vittorio, detto Brendulo per via dei vestiti ‘sbrendoli’, che in toscano significa pressappoco ‘a brandelli’, è un folletto del bosco, un ragazzo che si arrampica sugli alberi per cambiare aria e prospettiva sulle cose. Un contadino rampante. Vive in una Fortezza di proprietà di ricchi conti dove la famiglia lavora a mezzadria. Giulio è rapito dalla destrezza di Brendulo, vorrebbe imparare a salire in alto come lui, agile e svelto, anche se è molto, molto più grasso. I due riconoscono la loro diversità, sociale per l’uno, fisica per l’altro, e ne fanno terreno d’incontro, di uguaglianza. Insieme si arrampicano sull’albero della vita e su quello della conoscenza: Giulio, in cambio della mano tesagli dall’amico, insegna a Brendulo a leggere e a scrivere.
In scena, Silvia Frasson è quell’albero, lo stesso che, molti anni dopo, vedrà Brendulo e Caterina uniti sotto il cielo stellato della prima vittoria sui padroni: ha le radici nella Storia e le fronde nel cielo dell’utopia. Le parole per lei non sono semplice suono, sono muscoli, ossa, giunture di una mimica irresistibile, in concerto continuo con Stefania Nanni che non la perde di vista un attimo e con la sua fisarmonica, discreta e concreta, schizza la scenografia fuori dall’inquadratura del respiro della Frasson, il vento, i pensieri, le cadute.

Nella sala centrale della villa medicea di Buti i nobili se la ridono, perché allora non vedevano più in là del pittore che li ritraeva. Ma il loro tempo stava per finire. Aver allontanato dalla Fortezza l’indisciplinato Brendulo, che ha osato entrare nella biblioteca padronale, non è servito a nulla: una decina di anni dopo lo ritroviamo ventenne a istruire i contadini alla rivolta contro i padroni che li vorrebbero tutti ignoranti come bestie.
Così, il 20 maggio 1901 sono proprio le bestie il centro del primo sciopero. Concentrandosi sui dettagli, sui particolari, per rendere la scena visibile dal di dentro, come se fossimo lì presenti, Frasson racconta la nuvola di polvere alzata da zoccoli e zampe come avvisaglia che quella mattina succederà qualcosa di nuovo. Alla testa di questa fattoria degli animali in marcia c’è Brendulo, che ha dato azione alle idee socialiste del suo nuovo amico, Piero. La notte sarà senza sogni perché la realtà supererà ogni immaginazione: nuovi diritti per i contadini e per Brendulo una futura moglie, Caterina.

Brendulo – Ovvero il Che Guevara delle colline è dunque un alto monologo civile che scuote dal torpore dell’indifferenza. Le parole di Silvia Frasson sono miniere di libertà, sono paesi dove si lascia aperta la porta di casa perché la strada non fa paura, casa e strada conducono entrambe alla ricchezza dell’incontro con l’altro diverso da noi. La realtà, infatti, riprende presto il sopravvento tragico: i diritti non sono acquisiti una volta per tutte, sono un percorso, un processo, una conquista di posizioni. Per questo non si lascia sradicare dall’irruenza e dalla compassione, che talvolta la portano a confondere gli spettatori con i nobili da abbattere, quando invece anche loro sono lavoratori da risvegliare. Frasson resta in piedi fino alla fine, fino a raccontare le sorti di Brendulo “esattamente come andarono” per lottare ancora, lottare sempre. E poter chiamare liberi i figli che avremo e non avremo. La Storia non si può cambiare, il futuro sì.

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