Il carnevale arcaico della «Vita cronica» per i 50 anni dell’Odin Teatret

odinVINCENZO SARDELLI | Uno spettacolo di grande fascino per celebrare i cinquant’anni di una compagnia multiculturale tra le più importanti d’Europa. Un teatro etico e artigianale che usa la metafora per sfumare gli aspetti drammatici della vita.
È un’umanità composita quella che l’ensemble dell’Odin Teatret di Eugenio Barba propone all’Elfo Puccini di Milano in La vita cronica fino al 25 ottobre. Ognuno è in fuga da qualcosa, in preda a un’inquietudine forse senza uscita. Ognuno brama quella normalità che per tanti è routine, qui un miraggio.
Una madonna nera (Iben Nagel Rasmussen). La vedova di un combattente basco (Kai Bredholt). Una rifugiata cecena (Julia Varley). Una casalinga rumena (Roberta Carreri). Un avvocato danese (Tage Larsen). Un capelluto musicista rock delle isole Faroer (Jan Ferslev). Un ragazzo colombiano che cerca suo padre scomparso in Europa (Sofia Monsalve). Una violinista di strada italiana (Elena Floris). Due mercenari (Donald Kitt, Fausto Pro). E un manichino, sola presenza stabile in scena.
La vita cronica è uno spettacolo sul dolore. Lo capisci subito dalla sala smembrata. Il palco è un rettangolo. Fanno da cornice, ai lati corti, da una parte ganci da macelleria; dall’altra tende nere: l’ignoto, il baratro. Ai lati lunghi stanno gli spettatori, assiepati come ai bordi di un’arena. Gli attori attraversano la scena. La riempiono in lungo e in largo, persino in verticale.
Le figure sembrano materializzarsi dal nulla. Ci proiettano in uno scenario postbellico futuribile non così remoto. L’azione si svolge in Danimarca e in altri paesi europei. Uomini come zattere confluiscono in un non luogo. Sono rifugiati vessati dalla fame, esiliati, deportati.
In questa babele di figura ognuno parla la propria lingua. Voci, canti, nenie e cantilene. Ballate struggenti. Lingue diverse, genti diverse. Manca la chiarezza del linguaggio, eppure si capisce tutto.
Potere della relazione. Eugenio Barba crea un melting-pot coreografico denso di sentimenti e suggestioni. Ciascuno espone la propria appartenenza. Battute delicate, parole centellinate È la storia individuale a creare i personaggi. I quali tessono, poi, il corale mosaico drammaturgico.
Assistiamo alla frammentazione-ricomposizione di esseri che provano a liberarsi delle inquietudini che li trattengono. Sono figure sospese, colte nel tentativo di ridefinirsi. Ecco perché li vediamo in scena ciechi o bendati, brancolanti zombie disarticolati, scossi da un vento senza misericordia né pietà: «Gli altri volano, e volano, e fra poco rimangono solo le ali». «Sono arrivata nel paese delle meraviglie»: «attenta a dove metti i piedi».
Vediamo stelle filanti e piogge di monetine. Tarocchi, rose e un candelabro a sette bracci: la vita è sorte, trucco, albero della luce. Vediamo costumi pieni di colori, oppure di un nero disperato. Parrucche da ballo in maschera che neppure Quentin Tarantino. Bicchieri in cocci e ghiaccio in frantumi: l’acqua è origine della vita, ma è oro in tempi di guerra. Un angelo fissa le ali azzurre ai ganci da macelleria. Strumenti musicali sono appesi come cetre alle fronde dei salici. Sorrisi nascondono la quotidianità e la banalità della tragedia. Una bandiera immensa fagocita dei corpi, simulacri immolati a una patria matrigna.
Le luci intime immortalano dettagli di visi o di oggetti. Proiettano lo spettacolo su un piano metafisico.
Un barile di petrolio rotola sulla scena: guerra ed economia sono i motori della storia. Una porta rimane chiusa: conduce, forse, verso l’abisso. La morte incrocia fantasie e incubi.
Eppure nulla sembra perduto in questo rito magnifico. Finché c’è arte, c’è vita. Come la vita anche la musica è zibaldone: qui mixa inno alla gioia, marcia nuziale e marcia funebre. Fa capolino persino un giro di pizzica: l’arte è follia.
Trapelano spiragli di luce. La fuga ha lo stridore avvolgente dell’archetto sulle corde di un violino. Gli attori esorcizzano la disperazione aggrappandosi, nel magma buio, al filo incorporeo della musica. Che guida anche noi fuori della sala. Con qualche certezza in meno, qualche pensiero in più. Ed emozioni a frotte.

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