Volontariato critico: il teatro appaga ma non paga

"Frattura critica" @Rosanna Mattossovich

“Frattura critica” @Rosanna Mattossovich

MATTEO BRIGHENTI | Scrivere sul web è scrivere per il web. E il tuo primo lettore è Google. Se non stai alle sue regole sei destinato all’oblio e a lavorare gratis in eterno. La schiettezza di Andrea Esposito di FanPage (quasi 3 milioni di fan su Facebook) arriva come un macigno di realismo nel cerchio dei critici teatrali online convocati da Interno 5 al Teatro Bellini di Napoli per “Frattura critica – La necessità di un cambiamento: etica, innovazione e professionalità”. L’importante occasione di confronto ha chiuso “Turn Over – più spazio per crescere” ovvero cinque giornate (13-17 ottobre) in cui si è parlato anche di distribuzione, opportunità di finanziamento pubblico e privato, spazi occupati e autogovernati, nuove forme di produzione.

La geometria non è una metafora, è una condizione condivisa. Siamo seduti l’uno a fianco all’altro perché comune è il campo di azione, pur nella diversità di sguardi e prospettive: la critica è diventata un “non lavoro” che però dà lavoro, contribuendo, hanno confermato i presenti, all’incontro di offerta e domanda tra artisti e operatori teatrali, soprattutto i piccoli, fuori dai circuiti. Questa è la nostra “frattura critica” più urgente, per riprendere il titolo dell’incontro a cura da Michele di Donato e Alessandro Toppi (Il Pickwick), Emanuela Ferrauto (Dramma.it) e Napoleone Zavatto (Cinque Colonne Magazine), con la collaborazione di Rete Critica, di cui fanno parte anche PAC e Teatro e Critica, presente a Napoli con Simone Nebbia e Marianna Masselli. Il lavoro gratis è il granello da cui nasce la valanga delle questioni sull’etica, la funzione, la professionalità e l’affidabilità del critico teatrale sul web.

Andare online non è una scelta, è un obbligo. A causa, in breve, dei mutamenti di direzione del sistema economico e di politica editoriale di giornali, radio, tv e relativi siti, oggi chi vuole far critica teatrale (soprattutto donne, stando ai primi dati della ricerca di Margherita Laera della University of Kent) salvo rare eccezioni non ha altro luogo in cui esprimersi all’infuori di riviste di settore, magazine e portali su Internet, un bulimico impenitente che accumula, accumula, accumula. Qui tutto si crea, tutto si trova e niente si distrugge. Chiunque può svegliarsi critico, una mattina, e aprire un blog. La democratizzazione ha comportato un abbassamento generale della qualità, per via dell’assenza di filtri in entrata, come le vecchie redazioni, e ha dettato il passo al lavoro gratis. Solo il tempo riesce a dare la misura delle reali capacità di ognuno nel raccontare il mondo sulla scena. Chi resiste di più, tendenzialmente, vale di più, perché ha qualcosa in più da dire attraverso quello che vede. Capita così di entrare in contatto con la comunità dei critici sopravissuti alla selezione naturale del tempo, con i quali si crea una sorta di ‘redazione diffusa’ per la condivisione reciproca di link e punti di vista e la pianificazione di incontri, convegni, momenti di studio e riflessione.

Ma la cura della qualità dei contenuti può dialogare anche con le tecniche per ottenere un miglior posizionamento sui motori di ricerca e magari una qualche forma di retribuzione: aumentare la visibilità per aumentare i click per intercettare la pubblicità. Sul web bisogna saper ottimizzare la propria presenza su Google, cioè fare la SEO (Search Engine Optimization), è ancora il pensiero di Andrea Esposito di FanPage. Secondo Francesco Margherita, uno dei massimi esperti napoletani, significa “imparare qualcosa che non si può comprendere”. Questo però è semplice: di un titolo Google indicizza solo le prime tre parole, escluse le stop words, come le congiunzioni. Più si usano parole ricercate di frequente più l’articolo sarà in cima ai risultati del motore di ricerca. Questo è altrettanto facile: su un argomento Google privilegia la completezza, non la sintesi. Seguire tali regole di grammatica online permette di salvaguardare la libertà e l’indipendenza del discorso critico, dandogli in più gambe di sostenibilità economica o è puro asservimento alla Rete padrona come la chiama Federico Rampini nel suo ultimo libro?

Per ora la risposta al volontariato critico l’abbiamo trovata nel farci a pezzi. Una “generazione trattino” che per sostenere la propria identità non lavorativa la congiunge con quelle lavorative. Un po’ organizzatori, studiosi, artisti, comunicatori. Un altro po’ critici. Una frattura composta di vite ben rappresentata dall’immagine scelta per la cinque giorni di “Turn Over” al Teatro Bellini: una testa “unisex” (non si distingue se di uomo o donna), disegnata di profilo, rasata, che mostra il cranio ritagliato, sezionato, suturato. Sopra c’è scritto: “Più spazio per crescere”. Senza strappi sarà impossibile.

Comments

  1. L’articolo è interessante. Purtroppo, ancora una volta, molte questioni sollevate, poche risposte…A parte, appunto, il SEO. Tentare anche questa soluzione? (E chi per l’indipendenza dei contenuti o per mera allergia al sistema è contro la pubblicità?).

    Non sono invece d’accordo sul fatto che “Chi resiste di più, tendenzialmente, vale di più, perché ha qualcosa in più da dire attraverso quello che vede. “
    In questo sistema di non economia, in cui siamo costretti a farci a pezzi, come scrivi, per resistere, ossia a praticare un mestiere reale o anche più di uno, retribuiti, ufficiali (perché espletati tutti i giorni, con le standard otto ore di ufficio, ad esempio, come fanno molti nostri colleghi) anche se per lo più taciuti, omessi- a latere rispetto all’hobby (per quanto serissimo) o al volontariato di critico, chi resiste, è solo chi è riuscito, al di là delle cose che ha da dire, a costruirsi un percorso parallelo di lavoro altro che gli permette di conciliare esigenze di vita (con entrate finanziarie) e hobby critico. Darwin avrebbe considerato anche questo un ottimo principio di selezione per la sopravvivenza della specie. Ma ha poco a che fare di per sé con la qualità. È la legge del più forte…È lo stesso principio che vuole che per lo più in Italia possano dedicarsi ad attività culturali o artistiche solo coloro che non hanno necessità di guadagnare perché vivono delle rendite di famiglia, o possono contare su appoggi politici tali – per lo più anche quelli legati alla storia personale della famiglia e alla cerchia di amicizie sodali- per cui rientreranno in quella nicchia di persone che in qualche modo riusciranno ad avere sostegni, appoggi, finanziamenti dagli enti pubblici e accoglienza nei teatri. E non sempre ciò coincide con la qualità. Basti vedere i cartelloni.

Trackbacks

  1. […] – oltre chi scrive con Marianna Masselli per Teatro e Critica, presente Matteo Brighenti che su PAC ha tracciato una delle linee espresse dal convegno), gli artisti hanno studiato i volti e le parole di chi fa uso di penna nei confronti della loro […]

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