Vader: la vecchiaia secondo Peeping Tom

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RENZO FRANCABANDERA | Peeping Tom torna in Emilia, a Reggio, nell’edizione 2014 del Festival Aperto dedicato alle arti e allo spettacolo dal vivo, in prima nazionale con Vader. E’ successo dieci giorni fa al teatro Ariosto per il debutto in Italia del primo elemento di un trittico drammaturgico dedicato alla famiglia. Quello del nucleo familiare è uno dei primi temi attorno a cui ha lavorato la creatività di Franck Chartier, quando in Salon, esattamente dieci anni fa nel 2004, ritraeva un interno familiare con un bambino che passava di mano fra i genitori, nei loro voluttuosi abbracci.

Era una casa vista da dentro (sia architettonicamente che nell’indagine dei rapporti interpersonali), l’esatto contrario dell’esterno notte angosciante di 32 rue Vandenbranden, fatto di esterni notte, o dell’interno onirico, surreale di For rent, visto in Italia a Torino per Teatro a Corte.

Gabriela Carrizo nel 2004 era in scena; oggi, dieci anni dopo, firma l’assistenza registica e la drammaturgia, mentre alla danza e alla creazione pensano Leo De Beul, Tamara Gvozdenovic, Hun-Mok Jung, Simon Versnel, Maria Carolina Vieira, Brandon Lagaert, Yi-Chun Liu.

Dove siamo? In un ambiente chiuso, comunicante in modo indiretto con l’esterno, uno stanzone abbastanza triste con due tavoli lunghi ai lati, mentre sul fondo un palcoscenico piccolo. E’ l’interno di una balera di terz’ordine decaduta, un’aula magna di una scuola di vent’anni fa, di un circolo del popolo. E ad abitare questo ambiente, dopo un inizio un po’ fuorviante, sono effettivamente ben presto degli anziani.

Una voce dall’esterno, da un altoparlante, introduce ben presto un’ambientazione emotiva orwelliana. Si obbedisce, si ascoltano ordini, mentre una tristissima band di ottuagenarie intona una canzoncina assai poco allegra.

Irrompe un cinquantenne che deposita suo padre in comodato d’uso in questo poco felice consesso, andando via ben presto. Tornerà a trovarlo un paio di volte, senza che mai questo cambi alcun equilibrio fattuale. Il vecchio decide di non rassegnarsi alla reclusione solitaria, e si aggrappa non ad altri esseri umani ma al pianoforte, elemento di vitalità e manifestazione di un sé che nonostante la sedia a rotelle su cui è costretto, continua a battere forte, a vivere un impeto vero.

La seconda parte dello spettacolo, più leggibile e concentrata sulla vicenda dell’anziano, riesce a raggiungere una verità, una dinamica scenica di massa, che alterna finte aggregazioni e profonde solitudini, fino al finale dell’uomo, inghiottito dalla morte nelle sembianze del pianoforte stesso. E’ follia? Distacco dalla vita reale? Sogno? Incubo?

Peeping Tom non ci dà una risposta e lascia, il compito al pubblico di rileggere in forma personale e interiore queste angosce che sommano il contemporaneo e l’epico, l’ospizio lager in cui la nostra società relega il disfacimento del vivere e il mito di Lear, nell’atmosfera equivoca e sospesa delle sue creazioni in contorsione, media res fra danza e teatro. L’abbandono filiale, l’esatto contrario dell’accudimento, ancorché fastidioso e fetido, di Castellucci, sotto lo sguardo mite e ieratico di dio.

Qui non c’è divinità: l’aldilà, un purgatorio sospeso e senza cielo, è già nel presente. E’ già ora. Mentre la vita trascorre. E l’anziano muore, non fra le braccia dei familiari, come la letteratura classica avrebbe raccontato, ma inghiottito, abbracciato da un oggetto, unico elemento di senso, di un vivere che ha smesso da tempo di avere a che fare con la vita.

Primo pannello di una trilogia della famiglia, cui seguirà Moeder (Madre) e Kinderen (Figli), Vader è una realizzazione certamente interessante dal punto di vista concettuale e di resa scenica, anche se forse meno compiuto di altri lavori recenti. La sua rilettura all’interno del trittico potrà forse aggiungere ulteriori elementi di riflessione come sempre è di un’opera che va inquadrata all’interno di un’ispirazione più ampia e poligonale.

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