Adulto: Phoebe Zeitgeist nel passaggio fra identità e potere

1017139_364265373752252_5579021936031863559_nRENZO FRANCABANDERA | “This play is not about blow jobs” dice ad un certo punto uno dei personaggi de “Il vizio dell’arte” di Alan Bennett, in scena da qualche giorno al teatro dell’Elfo di Milano.

Adulto invece, potremmo scherzosamente dire, lo è.
O almeno lo è per una importante parte dello spettacolo. Perche’ per mezz’ora Dario Muratore interpreta le pagine di Petrolio di Pasolini in cui Carlo si affanna in una serie di pompini nella periferia romana degli anni Settanta, iniziandosi all’eros, e passando dall’adolescenza implume al virile e contemporaneamente femmineo rapporto con l’identità adulta.
Adulto è l’ultima creazione scenica di Phoebe Zeitgeist, da oggi in scena al Teatro della Contraddizione di Milano, una drammaturgia ricavata dai testi finali di Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Dario Bellezza, tre scrittori molto diversi fra loro per stile e personalità, ma vicini nella sensibilità per il fragile.
Giuseppe Isgrò, regista anche di questo nuovo progetto della compagnia milanese, affida a Dario Muratore il compito di incarnare in scena queste parole.

La scena è essenziale, con pochi oggetti, usati in modo coerente con l’intenzione registica: dei piccoli cumuli di sabbia, giochi da bambino, richiami ad un vintage dell’elettronica e della riproduzione sonora che, insieme ai costumi di scena, riportano ad un tempo, quello fra anni Settanta ed Ottanta, in cui si stava comunque formando una nuova morale, un nuovo pensiero sul corpo, sul genere e la sessualità, sul conflitto identitario e sul rapporto individuo società che tutti e tre gli scrittori da cui la drammaturgia e’ tratta, hanno affidato, alla fine dei loro giorni, al rapporto della persona col proprio corpo.
Non sappiamo dire se la questione della sessualità sia ancora così dirompente nel nostro tempo rispetto alla dinamica del potere quanto la scelta drammaturgica di Phoebe Zeitgeist ritenga, estrapolando dalle pagine di Petrolio, quelle che descrivono l’iniziazione di Carlo al sesso omo, con la descrizione che Pasolini per pagine fece, di una raffica di pompini fra ragazzi di borgata in quei parchi lungo l’acquedotto romano che prima erano periferia e ora sono le zone della movida, fra Pigneto, Mandrione e Tuscolana, fino ai centri commerciali e agli studi di Cinecittà.

Certamente le ultime parole dello scrittore, rivissute dal corpo di Muratore, si colorano di tinte coerentemente orgiastiche e ossessive, ma anche profondamente autobiografiche e umane, fragili. E sono questi i trait d’union che le uniscono a quelle della Morante e di Bellezza, il cui verbo viene riverberato da un nastro su cassetta, da un registratore d’antan, con le voci di Ferdinando Bruni e Ida Marinelli.

I punti di forza di Adulto, per chi scrive un passo in avanti della compagnia con riferimento al proprio linguaggio scenico, sono una tensione e una capacità di ricavare dall’interprete un’intensità che lo spettatore vive per tutta la durata dello spettacolo, senza ricorrere, come era avvenuto negli ultimi allestimenti, ad un eccesso di stimoli visivi e sonori centrifughi rispetto alla focalizzazione dello sguardo sul messaggio artistico.

Come con tutto ciò che implica un’assunzione di punto di vista, una scelta non accomodante e a suo modo radicale sul testo e il linguaggio del corpo, declinati con coerenza formale nell’ora circa di spettacolo, la reazione di chi si confronta con la messa in scena è contrastante. Ed è giusto che sia così.
Adulto si pone sul crinale, sulla fenditura, decide di usare un registro di umanità tragica, vogliosa e ammalata di vita allo stesso tempo. Quindi è giusto che il tema non si dia con riguardo al verbo “piacere”, ma all’intensità emotiva, alle reazioni indotte, al senso di agio, disagio, libidine e distanza che il tutto sa portare. A quel punto, forse, Pasolini come anche Bellezza e la Morante sono in fondo un pretesto letterario. Un pre-testo, che attende il corpo dell’attore per completarsi, in una delle possibilità che il teatro comunque offre di frequentare emozioni che è giusto indagare. E che in pochi fanno, anche correndo i rischi che sono connessi a queste operazioni.

Nella versione a noi proposta, con lo spettacolo ancora in elaborazione definitiva, è risultato poco fluido il passaggio dalle parole di Pasolini a quelle della Morante, con il disturbo sonoro già sperimentato in altri spettacoli, che qui rischia di sopravanzare la parola scelta come testo scenico e, in genere la tensione emotiva che per un po’ si perdeva, ritornando poi alta nel finale.

La prova di Muratore è degna di menzione e può ancora affinarsi: intensa, languida, porca e innocente insieme, nella prima mezz’ora costringe lo spettatore ad un’attenzione e una tensione bella, fino alla scena secondo noi più alta ed emozionante, quando nel buio il corpo del ragazzo resta illuminato dal neon rosso. I nostri piedi piantati al pavimento, le gambe tese, il corpo in avanti, il mio e quello di chi era con me, rivelano che comunque una forza, un movimento emotivo arrivava di lì a qui. E non è detto succeda sempre. Anzi.

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