La fattoria biblica di Alessandro Garzella

10712664_661368873970857_1461808786766510980_oELENA SCOLARI | Una cosmogonia del male tra oche e bovi, manzi e daini, cavalli e falchi? Uno spettacolo ispirato all’Antico Testamento in campagna, in una fattoria? Di più! In una stalla? Noi l’abbiamo visto. A Verdello, un paese a sud di Bergamo dove la Fondazione Emilia Bosis collabora con Cascina Germoglio e insieme realizzano attività varie con una comunità di malati psichiatrici.

Il regista Alessandro Garzella ha creato Nel segno di Caino proprio qui, provando nel Teatro Stalla, all’interno della grande area di Cascina Germoglio. Il teatro è un rettangolo gigante di sabbia, sul fondo una porta magica, dalla quale entrano ed escono personaggi – umani e non – per il pubblico sulla tribunetta, uno spazio che riunisce in sé diverse suggestioni legate ad altri luoghi simbolici, a noi ha ricordato il circo, lo zoo, gli ippodromi, le aie contadine della bassa Lombardia, ma anche le arene clandestine dove combattono i galli e corrono i cani. Prima di entrare nel teatro però, è bello gironzolare per la fattoria, si incontrano bestie d’ogni genere, non solo quelle classicamente campagnole come oche, vitelli, capre e pecore ma anche lama e cigni, daini e asini. E si intravedono gli attori, già truccati e in costume, aggirarsi tra ovili e scuderie, visi bianchi di biacca tra i covoni di fieno e figure dark-punk tra i recinti. Una sensazione curiosa: l’arte calata nel bucolico, la finzione fantastica immersa in quanto di più “terreno” possiamo immaginare.

La vicinanza con la terra e il rapporto diretto con animali e odori sono alcuni tra i principali temi attraverso i quali si sviluppa lo spettacolo che Garzella ha costruito con la sua variegata compagnia (Animali celesti, teatro d’arte civile), una galérie humaine et animale formata da una quindicina di ospiti della comunità e sapientemente guidata dalle bravissime Francesca Mainetti, Chiara Pistoia, Anna Teotti, Giulia Benetti, quattro attrici professioniste che tengono le redini (è proprio il caso di dirlo) del lavoro, a loro volta dirette dal regista, presente ai bordi della scena in veste di attore e anche autore del testo. Ecco, proprio il testo è l’elemento che ci ha lasciato qualche perplessità per il suo essere forse troppo composito: si attraversa una riscrittura dei capitoli biblici da Adamo ed Eva ai Farisei passando per Caino e Abele e Sodoma e Gomorra, un excursus per quadri scenici che frastorna un po’ lo spettatore già assai colpito dal contesto e dalla ricchezza visiva di ciò che gli è offerto, affascinato dai caroselli di oche in formazione, dai tornei di cavalli e attori in calesse, avrebbe più facilità a seguire una scrittura più piana. La riflessione che sottende a Nel segno di Caino è tutta rivolta alla comprensione di sé, una speculazione sulla Natura e sull’Uomo nel tentativo di capire chi siamo oggi, che ci si ritenga malati o sani. Per avvicinarsi a un obiettivo così ambizioso è sicuramente necessario affrontare molte cose, anche confuse, lasciarsi andare al peccato e risalirne, sporcarsi con il male per scegliere di allontanarsene, se possibile, ma ci aspetteremmo che questo viaggio di formazione abbandonasse per strada una parte degli elementi vissuti per alleggerire le proprie valigie, più consapevoli. Abbiamo invece l’impressione che l’autore abbia voluto eliminare poco, rischiando il sovraccarico di temi (si accenna anche al terrorismo, ai migranti, col pericolo di una mistica degli ultimi un po’ frusta).

Queste osservazioni critiche fanno però capire quanto il lavoro di Alessandro Garzella e Piero Lucchini (presidente della Fondazione Bosis) sia lontano da un teatro “di servizio”, a Verdello non abbiamo guardato con occhi condiscendenti un teatro terapeutico per e con disabili, abbiamo visto uno spettacolo a tutti gli effetti, pieno di invenzioni e fantasia, molto ben orchestrato e con una sorprendente presenza degli animali, mai decorativi e sempre funzionali al racconto. Abbiamo visto attori che hanno lavorato a un progetto teatrale comune, un impegno che pensiamo abbia anche potuto lenire i loro dolori ma che non ha la cura come prima finalità.

Un piccolo mondo che mostra un concentrato di vita, un luogo accogliente dove un’osteria ospita artisti e spettatori, dove la cosmogonia che ci sembra vincere è quella del bene. Andateci.

In scena nei giorni 8 novembre, 13 e 14 dicembre | Info su http://www.fondazionebosis.it

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