La meraviglia senza il racconto. Incanti 2014

GIULIA RANDONE | Come riprodurre la meraviglia? Precipitandola in un oggetto e confinandola in una stanza, da aprire per appagamento personale o per mostrare ad altri la propria raccolta. Per secoli le wunderkammer hanno riunito i prodotti della natura e dell’uomo capaci di sorprendere per la loro qualità eccentrica, esotica e preziosa. Un’idea di collezione che è poi caduta in disuso e che la compagnia tedesca Figurentheater Tübingen ha voluto riportare in vita con Wunderkammer Cabinet of Curiosities, presentato dal festival internazionale del teatro di figura Incanti nel circolo Arci Officine Corsare, che quest’anno ha sostituito gli abituali spazi della Cavallerizza Reale (da mesi al centro di una lotta agguerrita tra il Comune di Torino che li vuole vendere e il collettivo autogestito di cittadini che li cura e difende).

Foto di Winfried Reinhardt

Foto di Winfried Reinhardt

Il riferimento a questo luogo di “meraviglia costretta” è essenziale per apprezzare la creazione di Frank Soehnle, Alice-Therese Gottschalk e Raphael Mürle. Guide silenziose e discrete, ci conducono nello spazio immerso nella penombra, alla scoperta dei pezzi straordinari della loro collezione. Hanno costumi dalle tinte scure, terrigne, per non rubare la luce ai compagni di scena: i simulacri mobili che fanno apparire dal buio e di cui ci espongono forma e movimento attraverso una concatenazione di scene in continua tensione tra naturalezza e artificio. I tre attori-manipolatori agiscono sempre a vista, talvolta conservando il distacco dalla creatura che animano – ad esempio un lucente mostro marino di plexiglass rinchiuso in un acquario – più spesso interagendo con i loro partner inorganici in un comune spazio scenico e drammatico.

La relazione tra esseri umani e figure va infatti ben oltre il legame verticale di dipendenza dell’inanimato dal manipolatore, trasformandosi in una danza spericolata di mani e fili, in un gioco complice di dita metalliche che spettinano i capelli di Gottschalk, nel contatto affettuoso tra l’abito della donna e un ibrido dal volto umano ma dal corpo ridotto a lisca di pesce, nella minaccia del fuoco inflitta a una marionetta.

Un rapporto, quello tra manipolatori e manipolati, che è il vero innesco della meraviglia. Attraverso la collaborazione tra l’umano e l’artefatto si rende infatti visibile ciò che quotidianamente sperimentiamo ma non vediamo: la resistenza dell’aria, l’attrazione della terra, la consistenza dell’acqua, il calore del fuoco. È proprio la maestria nel mettere in scena l’invisibile attraverso un corpo a corpo tra il vivo e l’inerte, a rivelare la chiave ermeneutica di questa antologia tecnicamente ineccepibile.

Talvolta, però, lo spettacolo sembra dimenticare l’idea da cui trae origine e senso: la wunderkammer presuppone uno spazio custodito, chiuso, segmentato al suo interno da teche, scansie, ripiani e barattoli e, infatti, l’emergere dei mirabilia da un contenitore e il farvi ritorno accomunano i quadri più riusciti dello spettacolo. Che si tratti di una boccia di vetro, di uno scrigno, una tenda, una barca, uno sfondo colorato, è il contenitore a inscrivere la figura in una cornice misteriosa e significante, rendendo superflua qualsiasi ulteriore narrazione. Di contro, le scene in cui la cornice narrativa forza le pareti della wunderkammer – come nel microdramma della marionetta che tenta di far volare un aquilone – appaiono posticce, estranee al ritmo, allo spazio e, appunto, alla meraviglia alimentati fino a quel momento.

Il ricorso a un esplicito impianto narrativo inibisce anche lo spettacolo La strana storia (Lo strano verso), visto la stessa sera alle Officine Corsare e nato dall’incontro tra la video pittura di Stefano Giorgi, il canto di Maria Mamone e le sonorizzazioni di Giulio Berutto. Il talento, la vocazione alla sperimentazione e all’improvvisazione dei tre artisti faticano a intrecciarsi nel corso della performance a causa di una struttura drammaturgica troppo impalpabile e programmaticamente suggestiva. La fiaba che fa da collante ha per protagonisti due innamorati e accoglie i topoi del genere, ma sembra che gli stessi artisti la considerino poco più che un pretesto. A metà dello spettacolo lo spettatore percepisce che la storia (a dispetto del titolo) non è poi essenziale e, dopo averne cercato lo sviluppo nelle bellissime immagini di Giorgi, si abbandona con sollievo alla contemplazione del suo live painting.

A differenza di altre esibizioni realizzate negli ultimi dieci anni, l’artista è posizionato in fondo alla sala e non è possibile perciò osservarlo mentre sovrintende alla genesi delle opere pittoriche e le accompagna nel loro affascinante disfacimento. Peccato, perché la suggestione della sua performance trae vigore dal libero movimento dell’occhio dello spettatore, che corre curioso tra l’opera che si compone sullo schermo e l’artista chino su una cappelliera d’altri tempi, misteriosamente al lavoro con dita, sagome, rifrazioni e pennelli.

L’augurio è che i tre artisti tornino a cimentarsi su nuovi progetti, approdando a una dimensione narrativa che li stimoli e sostenga nel lavoro comune oppure scegliendo in maniera più decisa la strada della rarefazione impressionistica.

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