La difficolta’ di dire la verita’: Brecht apre l’Almagia’

IMG_2324FRANCESCA GIULIANI | Si è aperta all’Almagià la stagione di Ravenna-viso-in-aria. Dopo la residenza in Holstebro, presso l’Odin Teatret/Nordisk Teaterlaboratorium, ErosAntEros/Agata Tomsic e Davide Sacco ha presentato la prima di Sulla difficoltà di dire la verità, una lettura-concerto che intreccia il saggio letterario-politico di Bertolt Brecht, Cinque difficoltà per chi scrive la verità, ad altre poesie.

Quale ruolo ha, o dovrebbe avere, l’arte oggi? Qual è il ruolo dell’artista nei confronti del suo pubblico? È il gruppo ErosAntEros a porsi queste domande e lo fa attraversando il saggio che il drammaturgo tedesco scrisse nel 1934 per interrogarsi, in opposizione all’avvento del nazismo e del capitalismo, su come l’intellettuale dovesse rivolgersi al suo pubblico/popolo per smascherare le menzogne del potere e spingerlo ad agire per riformare la realtà sociale e culturale. In scena c’è un leggio, un’asta con microfono e una borraccia nera. In questo spazio vuoto Agata Tomsic entra, avvolta in una divisa militare che porta lo stemma della compagnia. Sul proscenio, occhi costantemente sgranati sul pubblico, apre il prologo. A questo farà seguito una rigida struttura drammaturgica costruita sui cinque capitoli più l’epilogo/riepilogo del saggio brechtiano, inframmezzati da due intermezzi cantati a ritmi quasi rappeggianti. Di fronte a lei, in alto, alla regia, Davide Sacco, con la stessa divisa militare, orchestra il graffiante, a tratti angosciante, live elettronico che fa da sottofondo sonoro a quel testo che si scioglie ancora più energico e spiazzante. È l’urgenza del dire, o meglio del dire di nuovo quelle parole che dal passato si aggrappano così fortemente al nostro presente ciò che si percepisce fin da subito. Denunciando l’oblio nel quale è caduto questo testo, i due artisti si aggrappano al presente rileggendo il passato con la manifesta volontà di declinare il loro fare artistico in un discorso politico. Come dire la verità? Come scovarla? Cercarla da dentro o guardarla da fuori? Quali toni usare? Quali parole? A chi mostrarla? A chi, invece, nasconderla? Come artisti cercano di ridefinirsi un ruolo e, adattando al loro teatro il metodo citazionista di Walter Benjamin, scelgono di riportare in vita un testo che, seppur estirpato da un contesto così lontano dall’oggi, viene pronunciato con tanta energia e necessarietà dall’attrice da renderne ancora più evidente la sua attualità. Dalla luce alla semioscurità. Sul fondale appare la scritta 1. Il coraggio di scrivere la verità.

IMG_2326La figura si avvicina al microfono e, di spalle, dopo aver sorseggiato, si volta e si posiziona tendendo corpo e braccia al leggio. Inizia la lettura, si ferma, alza lo sguardo e, quasi come se stesse riflettendo su quello che ha appena detto, riprende le parole del testo. La voce nasale si fa stridente. Abbandonando quella sorta di delicata naturalità iniziale, le espressioni sul volto si sformano nella tensione di smorfie che la plasmano di inquiete maschere. La sua presenza è, ora, autoritaria. Le parole si fanno più intense, penetranti si susseguono riempiendo il vuoto. L’operazione che i due artisti fanno è molto potente, non solo nella scelta del testo, ma anche nel meccanismo che costruiscono, andando ad affondare l’attenzione dello spettatore su quelle parole, quelle frasi che ritengono più necessarie. Dalla semioscurità al buio. Per brevi attimi, durante i successivi quattro capitoli, solo il volto dell’attrice è illuminato acutizzando, con una voce che si modifica in cartoonesco, la tonalità del discorso. Fino al quarto capitolo, L’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani la verità diventa efficace, dove la figura si stacca dal microfono, e, preso uno spazio sul palco, tratteggia con il corpo danzante, fulminato da flash luminosi, quel combattimento che nel testo è detto necessario per opporsi alla menzogna e a chi la divulga. L’astuzia è l’ultimo passaggio e i capitoli si chiudono per aprire il riepilogo. Il corpo teso, tremolante, va verso quelle parole finali che rielaborano in pochi passaggi il testo drammaturgico. La scrittura, il teatro, il cinema, l’arte in generale, può essere un’arma, dice Agata Tomsic citando Benjamin, e ci aspettiamo che sia usata nel migliore dei modi possibili da questa giovane e promettente compagnia in futuro.

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