Stanza di Orlando: Macelleria Ettore nell’anima di Virginia Woolf

ettoreVINCENZO SARDELLI | Si potrebbe definire romanzo psicologico contemporaneo, ma nasce da opere pubblicate circa un secolo fa. Si potrebbe definire saggio sulle nostre identità multiple, ma ha un impianto narrativo con tanto di dialoghi interiori. Si potrebbe definire allora una biografia, ma non è la storia di una vita: piuttosto, è la storia di una non-vita questo straordinario andirivieni dentro l’anima di Virginia Woolf.

L’idea motrice di Stanza di Orlando di Macelleria Ettore evoca un pensiero pirandelliano: la vita o si vive o si scrive. Virginia Woolf la sua vita decise di scriverla. Rinunciò a viverla del tutto per l’ostinazione di scriverla. Di fatto, tra un’esistenza totalmente vampirizzata dalla scrittura e la scrittura stessa non può esserci soluzione di continuità.

È un fiotto di pensieri questo monologo datato 2011, appena tornato in scena a Milano al Teatro di Ringhiera. Stanza di Orlando firmato Carmen Giordano (testo e regia) con Alice Colla (luci e fonica) rende in maniera avvincente quel “flusso di coscienza” di cui la Woolf fu forse dopo Joyce l’interprete più acuta.

Lo spettacolo precede altre due esibizioni di Macelleria Ettore a Milano: Elektrika, in scena sabato 22 e domenica 23 novembre, sempre al Ringhiera; e Amleto? dal 3 al 7 dicembre allo Spazio Tertulliano.

L’installazione di Maria Paola di Francesco (giostra, girandola, gabbia, lanterna magica) racchiude tra elastici, specchio e candelabro l’esibizione di un’ispirata Maura Pettorruso.

Viaggio nella testa di Virginia Woolf: è nel sottotitolo la chiave di questa performance. Pensieri e parole della scrittrice inglese. Crisi. Fugaci accessi di squilibrio mentale. Amori, amicizie, suggestioni: un destino diventato opera. Oscillazioni, all’interno della passione-repulsione, per la letteratura. Affiora la presenza-assenza dell’essere pieno, totale, androgino. Emerge il desiderio di definire i rapporti tra il mondo esterno e la vita interiore, la meditazione intorno alla bellezza.

Quella di Maria Paola di Francesco non è una semplice installazione. È il cerchio della vita che prosegue uguale a se stessa con poche varianti di facciata. Gli spiragli di fuga vanno e vengono. L’installazione è galera, ma anche stabilità. È viaggio ritmico nella vita interiore.

Quando la scena si muove, quell’intermittenza rappresenta il fluire delle cose. Corrisponde alla fugacità dei momenti di luce, seguiti da oscurità e ambiguità.

La protagonista, ingabbiata anche dalla propria vitalità sexy in corsetto di pizzo e tulle, non può considerarsi ferma: la sua coscienza genera un succedersi di impressioni, sogni, riflessioni: atomi di personaggi che piovono sugli spettatori.

Maura Pettorruso dà corpo e voce, sfumature, pause, urti, al divario tra tempo cronologico e tempo interiore. La sua rappresentazione polifonica connette i frantumi dell’esistenza e li chiude in un cerchio destinato a rifrantumarsi nell’istante successivo. Attraverso quest’installazione-carillon, attraverso il gioco di specchi e di luce proiettata in ogni dove dai cristalli, osserviamo la protagonista da varie angolazioni, che corrispondono alle coscienze dei vari personaggi che la animano.

La drammaturgia di Carmen Giordano è lapidaria. Procede per flash, anche sul piano sintattico. Rende tangibile la semplificazione del linguaggio fino alla rarefazione. In fondo anche la recitazione ora fredda e trasparente, ora roca, calda e graffiante, è in sintonia con l’astrattezza e insieme con la profonda originalità di Virginia Woolf.

Il disegno di questo progetto, la cura dei dettagli e dei movimenti, rivela una filigrana classica. La scenografia circolare risolve il problema di connettere i frammenti dell’esistenza entro il cerchio d’acciaio della poesia e della memoria. Macelleria Ettore raggiunge un rischioso e affascinante equilibrio tra chiarezza intellettuale, intensità d’affetti e cura stilistica.

L’allontanamento finale della protagonista dall’installazione, il suo ritorno, sono scelte di libertà. L’armonia è ristabilita. Il monologo è un pretesto per parlare di ciò che è l’arte. Con perfetta sintonia, il silenzio dell’attrice in scena coincide con il compimento dell’opera d’arte. Allora a tutti gli spettatori sono concessi alcuni “momenti di visione” in cui cogliere gli aspetti profondi della realtà. Tutti diventiamo, cioè, lo sguardo dell’autrice sul mondo.

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  1. L’ha ribloggato su alessandrapeluso.

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