Sgorbani, Frau Goebbels e la fenomenologia nazista dei sette nani

ELENA SCOLARI | magda4Frau Magda Goebbels è a colloquio con Herr Adolf Hitler. Imbastiscono una conversazione dotta sui sette nani e sul loro significato simbolico. Che Biancaneve e i sette nani fosse uno dei film preferiti del Führer insieme a Via col vento è ormai risaputo, in Magda e lo spavento, visto al Teatro i di Milano per la regia di Renzo Martinelli (coadiuvato da Francesca Garolla), si offrono alcune ardite interpretazioni del perché.

Massimo Sgorbani, autore del testo (terza parte del progetto Innamorate dello spavento, sulle donne legate a Hitler) propone una vera e propria esegesi del film di Disney, che concederà anche ad altri personaggi del fumettista americano, non verranno trascurati né Topolino né Minnie né Pluto.

Federica Fracassi e Milutin Dapcevic compaiono in scena allo spegnersi di un grande ventilatore stile cinema anni ’50, lo sbatacchiare delle pale lentamente finisce e gli attori sono dietro a un telo di garza bianca, forse a dire che assistiamo a qualcosa di sfumato come un sogno, o meglio come fossimo alla proiezione di una vecchia pellicola, consumata dal tempo, ma i nomi Hitler e Goebbels non sfumeranno mai, saranno sempre tormentosamente presenti nella Storia, e così anche le parole messe loro in bocca assumono un valore che ha qualcosa a che vedere con l’eternità.
Bisogna stare attenti con i nazisti, e anche con le loro mogli, non è gente da portare a teatro senza la giusta toilette. Qui il testo e la regia vestono Hitler di un po’ di inquietante cretinaggine, costume che gli abbiamo già visto indossare, asservito all’abito di prepotente arguzia vestito da Frau Goebbels, che sciorina con scioltezza ritmata i nomi dei sette nani a memoria (in tedesco) e illustra con padronanza il senso nascosto e disgustoso della teoria nanofobica, che esponiamo: i nani ci vengono subdolamente mostrati come “carini”, sono in realtà esseri deformi, che vivono sotto terra e custodiscono – temporaneamente – la bellezza di Biancaneve fino all’arrivo del principe, più ariano che azzurro. Pertanto si suggerisce che la mostruosità sia ancella della bellezza ma la possa solo conservare, il vero intervento salvifico e rivitalizzante è quello della razza superiore. Apprendiamo anche dell’inferiorità intellettuale dei nani espressa nel fatto che si rechino a lavorare cantando, atteggiamento da considerarsi abnorme, dettato dalla volontà di riscattarsi con l’unico mezzo per loro possibile, il lavoro, appunto.
Tutto ciò viene esposto in un dialogo dal tono filosofeggiante tra la moglie del gerarca – in un aereo e roseo abituccio – e il Führer, in frac, i due accennano continui passi di danza, ricordano i ripetitivi ballerini dei carillon, condannati a una melodia crudele e stolida, tanto quanto le loro riflessioni.
La perfidia è continua, la Goebbels racconta dell’avvelenamento nel sonno dei suoi sei figli, i cui nomi in fila fanno una filastrocca come quelli dei nani, e via raccapricciando.

La fenomenologia disneyana recita anche che quando Mickey Mouse si reca a trovare Minnie porta con sé Pluto perché corteggerà la cagnolina di Minnie operando così un atto di transfert da topi a cani, una storia d’amore tra i roditori umanizzati sarebbe stata sconveniente mentre la sublimazione canina è lecita. Hitler si stupisce che il personaggio di maggior successo di Walt Disney sia un topo, l’animale più disprezzato dall’uomo, una prolusione sulla loro prolificità e sulle tecniche di sterminio topicida induce a un parallelo tra ratti ed ebrei.

Ci siamo documentati e abbiamo trovato numerose interpretazioni riferite ai sette nani nella celebre fiaba: dalla più attendibile che li vede servitori addetti al culto di una divinità legata alla terra a quella più stupefacente che li vuole ognuno rappresentante un diverso effetto della cocaina.
Noi ci siamo sinceramente sforzati di cedere all’incanto in salsa cartoon della spiegazione di un Male che spiegabile non è, ma con tutta la cattiva volontà non ci siamo riusciti. Molto forte è l’impressione che il testo di Sgorbani sia insuperabilmente pretestuoso, che turbi gli animi convenzionali desiderosi di choc. E cosa è più chic che interrogarsi sull’olocausto usando l’ermeneutica di un fumetto, per di più americano?
Se nello spettacolo Eva il parallelo tra Eva Braun e Rossella o’Hara già ci era sembrato incerto, questa lettura malefica dei beniamini disneyani ci lascia ancora meno convinti. Pur provando a considerarla una formidabile presa in giro. La regia di Martinelli è discreta benché presente ma l’ora e quaranta di spettacolo, soprattutto nella parte centrale, la rende piatta.

Il vero peccato è che Federica Fracassi e Milutin Dapcevic sono bravi, molto bravi, la loro capacità è fuori del comune teatrale, ma non basta: la bellezza del loro talento è al servizio di una teoria che un principe saggio lascerebbe addormentata.

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