Rosso Angelico, la danza ultraterrena del Teatro Tascabile

ph: Alessandro Brasile.

FRANCESCA CURTO | Rosso “Angelico” è la sfumatura di colore del sipario che apre l’ultima creazione del Teatro Tascabile.
Un sipario che emette voci e danza verso lo spettatore, mentre attende che un viaggiatore, incuriosito, venga a dare una sbirciata all’aldilà.
A invogliare il viaggiatore c’è la Morte, scheletrita e incappucciata, che si muove in sella a un monociclo e convince un incauto Giuseppe Chierichetti ad entrare nel suo palazzo sospeso e ad infilarsi la giacca rosso “angelico” per prepararsi a un viaggio mistico e inquietante.
Ed è sulle note di Bob Dylan che quest’uomo all’inizio della sua vecchiaia, forse alla ricerca di un perduto amore, parte in cerca della sua Euridice, ma si troverà a fare i conti con se stesso e con le mille sfaccettature della Morte.

Questo viaggio un po’ dantesco comincia all’esterno del palazzo, dove sei Morti vestite da monaco, ma con ancora qualche aspetto di umanità, leggono il breviario, annaffiano i fiori del giardino, giocano a palla con lo spettatore e producono musica con qualsiasi cosa: forbici, colpi di tosse, libri.
Ad interpretarle Silvia Baudin, Rosa Da Lima Iannone, Antonietta Fusco, Ruben Manenti, Alessandro Rigoletti e Caterina Scotti, che, trasformandosi con naturalezza da monaci ad angeli bianchi per guidare il viandante nei corridoi labirintici della reggia, sopperiscono al problema di dare continuità alle stanze e di unire interni, a luce gialla, ed esterno, illuminato in blu.
I costumi rispecchiano con precisione l’iconografia medievale, così come gli oggetti di scena e gli strumenti musicali, che, tra piccoli timpani, trombe e campane tibetane, contribuiscono a creare l’atmosfera rarefatta del palazzo.

L’interesse del TTB verso il curioso binomio danza-morte trae origine dalla danza macabra, tema iconografico nord europeo, che ha riguardato anche il territorio bergamasco e che è stato riproposto con “Rosso Angelico. Danza per un viaggiatore leggero” il 28, 29 e 30 novembre al Teatro Tascabile di Bergamo, in occasione della rassegna “Il teatro vivo 2014”.
Il tema della morte, strettamente intrecciato alla biografia del gruppo, era già stato da loro affrontato nel 2009 con lo spettacolo di teatro di strada “Amor mai non s’addorme”, rivisitazione post-mortem di Giulietta e Romeo in chiave tragi-comica, dove i protagonisti sono giovani scheletri che ballano Rock and Roll.

Tra monaci giardinieri e angeli dervisci, il viaggiatore di “Rosso Angelico” arriva a banchettare con La Morte ed i suoi singolari servitori ed essa, da padrona di casa, in bianco e col turbante, si rivela una seducente danzatrice. La Morte trionfa in casa propria ed offre al suo ospite non-morto cibo, vino e, per dessert, una ballata d’amore tra Eros e Thanatos che riecheggia la caccia infernale boccacciana e regala un attimo di pura sensualità alla performance.
Le “danze” non possono che chiudersi nella sala da ballo, dove il viandante viene invitato a ballare dall’abate Morte, che, dopo avergli negato il suo bacio, lo espellerà, senza giacca rossa, da quella visione privilegiata in cui era stato accolto e gli permetterà di tornare al presente, a Bob Dylan, a quella dimensione in cui la Morte livellatrice, col monociclo, tornerà a riprenderlo più avanti.

Per il suo aspetto formale, estetico e metodologico, “Rosso Angelico” assomiglia a una bella poesia che non deve essere spiegata. È un lavoro volto a suscitare domande nello spettatore e che mantiene qualche segreto anche per i suoi stessi attori.
Non avendo alle spalle una vera e propria drammaturgia, Tiziana Barbiero, coordinatrice artistica del lavoro, alla conferenza “La musica delle ossa” del 29 novembre alla galleria Gamec, invita il pubblico ad assistere alla performance come ad un lauto banchetto e ad assaporare, senza pregiudizi, stimoli e suggestioni…se non si vuole rimanere a bocca asciutta.
Perché quando uno spettacolo diventa il risultato di sperimentazioni, un viaggio alla ricerca di una drammaturgia, dove il significante predomina sul significato, lo spettatore non ne esce educato ma soddisfatto.
E allora la metafora del viaggio, che si sposa bene con quella della morte, diventa anche quella di una compagnia che si è ricostruita dopo la perdita della sua testa, Renzo Vescovi, e che ha finito per spingersi «nel mare aperto della creazione; un viaggio che si fa senza bussola, senza carta geografica, in cerca di un’isola, di una terra, che non si sa neppure se esiste» (cit.Tiziana Barbiero).

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