Corto circuito e interferenze tra arti: “Da dove sto chiamando”

imageANNA BROTZU | Graffi sull’anima e vertigini di senso, fra inquietudini metropolitane e echi ancestrali: il Festival “Da dove sto chiamando” (con un esplicito rimando a Raymond Carver) – in programma a Cagliari dal 26 ottobre al 29 novembre 2014 – apre finestre sull’immaginario, tra alchimie di linguaggi e preziosi segni del contemporaneo, intrecciando i percorsi di AutunnoDanza (storica kermesse di SpazioDanza con direzione artistica di Momi Falchi e Tore Muroni) e del Signal firmato TiConZero, diretto da Alessandro Olla.
“Da dove sto chiamando” è crocevia di suoni e visioni, pensiero creativo e nuove sensibilità, secondo un’idea di arte senza confini che coglie lo spirito del nostro tempo, trasforma la città in punto d’incontro fra Oriente e Occidente, crogiuolo di civiltà e moderne estetiche. Fin dall’inizio, con “Transports Exceptionnelles” di Beau Geste – in scena nel rione di Sant’Elia, in sinergia con “Approdi” di Carovana SMI: duetto tra un danzatore e una scavatrice, in cui l’eleganza del gesto si sposa alla potenza della macchina, per una fiaba post-industriale.
Spazio a progetti coreografici come “D.O.G.M.A.” (Dance On Gardens Manufactured Artificially) di Daniele Albanese e “Mapping #4” di Sara Marasso, “Orphans” di Simona Bertozzi e il coinvolgente “Ruggito” di Michela Lucenti con il Balletto Civile e la poetica esplorazione della pazzia di “Fils” della Compagnia Vero Cendoya: “No hay niños esquizofrénicos, porque en la niñez, soñar, aún esta permitido”. Eclettiche traiettorie sonore – dall’elettronica del Laptop Ensemble di Danilo Casti e Travis McCoy Fuller a “Il Contrabasso parlante” secondo Lelio Giannetto, dal chitarristico “Bloom” di Gianluca Porcu (LU-PO) all’arpa di Raoul Moretti in “Inghirios”, da “RAYO 60″ di Ander Agudo a “Micro/Macro/Mezze” de La Générale d’Expérimentation, da “I-son” di Terminale_3 all’XL-XS Duo, da Psalm’n’Locker di Luca Garino a “Cine-cussion” di Z’EV, ai dj’s set. A corollario installazioni, laboratori e masterclass, incursioni urbane e produzioni video, i “Paesaggi Sonori” dello IAC di Matera; in cartellone anche “Le petit cirque” di Laurent Bigot e “Oralità pastorale [N°2]” di e con Monica Serra, i live di Olivier Di Placido &SEC e dei cagliaritani Filippo Mereu e Roberto Follesa.
L’ineffabile figura della “Kore” di Virgilio Sieni – ora bambola magica per un rito antico; ora incarnazione di una femminilità fra sacro e profano, tra epifanie del divino e sembianze animalesche; ora sensuale immagine di donna, madre e poi figlia, nel ciclo perpetuo delle generazioni. Il sublime e l’umano s’incontrano negli spazi del mito, il simulacro danza con il candore di una virginale purezza; appare una dea ignota, con la sua metamorfosi ferina, fino al trionfo creaturale e terreno di un’icona materna, simbolo della fertilità, adulta e bimba e adolescente, innocente e inesorabilmente consapevole del suo destino. Una pièce struggente e affascinante: in scena una splendida Ramona Caia, meravigliosa e irraggiungibile interprete di una visione.
Focus sul linguaggio del corpo con Francesca Foscarini, protagonista di “Gut Gift” di Yasmeen Godder, in cui l’abito è segno cangiante di un’anima alla ricerca di sé sotto gli occhi del pubblico, tra stereotipi e reazioni imprevedibili; e l’intensa partitura di “Kalsh”, ovvero la misura dell’abbandono, sul ricordo del movimento, del respiro, di una condizione umana, che ispira i video “Contempo(t)re” di Giulia Fontanini e “Kalsh” di Antonella Bianco.
Tra gli eventi clou del Festival, The Art Of Improvvisation / “Kairos” di Gyohei Zaitsu, una performance di Butō in cui la mimica icastica e la squisita perfezione di ogni singolo gesto incontrano le alchimie sonore realizzate da tre musicisti – Natalie Peters (voce), Guy Bettini (tromba) e Paul Lovens (batteria) – dando vita ad un’opera estemporanea, nata espressamente per quel luogo, e bruciata nella magia di quell’istante. L’arte della danza ispirata all’Ankoku-butō trova nuove forme e codici espressivi, dando origine a pura poesia visiva, nell’interpretazione sapiente e libera dell’artista nipponico cui il Festival dedica un intero capitolo – fra interviste e documentazione del suo lavoro – stabilendo un ulteriore corto circuito fra la danza contemporanea e la città.
Variegato e molteplice il pubblico della kermesse, dai giovani e giovanissimi, ai loro fratelli e sorelle maggiori, fino alla fascia più decisamente adulta, quasi a riprova della trasversalità dei linguaggi della scena, e delle correnti del gusto – ma anche della curiosità. Un’adesione significativa, con punte vertiginose e un trend costante, che misura, mero indice numerico, il gradimento per una manifestazione che ha saputo capillarmente cogliere istanze differenti, e coniugare la tradizione e la contemporaneità. E aprirsi al dialogo con gli spettatori, in un’interattività – cara specialmente ai giovani ma ormai imprescindibile nell’era digitale – da cui scaturiscono nuove riflessioni, nuovi impulsi e – già ora – idee che viaggiano in rete.

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