Sul precipizio: Lisa Ferlazzo Natoli e il suo Lear di Edward Bond

imageLAURA NOVELLI | Non è certamente cosa da poco collaborare per un anno con un grande drammaturgo come Edward Bond, ragionare insieme su un suo testo inseguendo un obiettivo ben preciso, entrare nel suo immaginario e nella sua lingua godendo di un confronto diretto, continuo, proficuo, che dal teatro si sposta giocoforza sul mondo, sulla vita, sull’uomo. Lisa Ferlazzo Natoli, autrice regista e attrice della compagnia lacasadargilla, ne è lucidamente consapevole, e fa leva proprio su questo straordinario “privilegio” per nutrire di energia ed entusiasmo il progetto artistico cui sta lavorando da mesi e che la vedrà impegnata fino alla primavera del 2015. Alludo a Linee di confine, un cantiere allargato e multidisciplinare che, sostenuto dal Teatro di Roma, adotta la scrittura di Bond come disarmante campo di indagine dello spaesamento e della violenza contemporanei.

Iniziato lo scorso mese con il radiodramma The testament of this day, trasmesso in diretta dagli studi di Radio3 in seno alla rassegna Tutto esaurito! (cfr PAC del 23 novembre), il progetto ha preso poi corpo nell’allestimento al teatro India di Lear di Edward Bond/Parole nude (Anticamera per otto attori e trentacinque voci), raffinata lettura dei primi due atti di quel Lear che, scritto dall’autore britannico tra il ’69 e il ’71 e popolato da una quarantina di personaggi, la stessa Ferlazzo Natoli ha adattato per pochi interpreti e allestirà l’anno prossimo con un cast ancora in via di definizione. E dunque con interpreti del tutto diversi da quelli impegnati nelle repliche di Parole nude, come se si trattasse di due costole diverse, una di impianto più pedagogico e l’altra prettamente artistica, del medesimo progetto.

“In questa fase di studio del testo (che sarà presto anche edito, ndr) – spiega la regista – ho lavorato con sette attori ventenni usciti da percorsi formativi diversi (Elisa Di Francesco, Silvio Impegnoso, Lorenzo La Posta, Anna Mallamaci, Gianluca Passarelli, Alessio Stabile, Francesca Verzaro, ndr). Abbiamo provato per dodici giorni, otto ore al giorno. E credo sia stata una bella palestra per tutti. Io stessa ho poi dato voce al personaggio di Lear, e ciò mi ha permesso di avere uno sguardo interno da capocomico/smistatore necessario a ricostruire l’insieme delle presenze in campo”. Seduta al centro di un coro calato in una penombra a tratti imperscrutabile e animata solo da scritte bianche proiettate sul velatino del proscenio, Lisa/Lear ricorda qualcosa dell’Arpagone roco e composto che Ermanna Montanari ci ha regalato qualche anno fa nell’intelligente Tartufo delle Albe.

Intorno a lei, emerge poco a poco il macabro affondo di un universo militaresco e feroce che capovolge ogni dettame etico, ogni legame di sangue, ogni senso di umana “pietas”. A sostenerlo c’è un tappeto di suoni, rumori, stridii e c’è, soprattutto, la straordinaria lingua di Bond; “una lingua spinosa, pietrosa, asciutta”, che già in sé costruisce e costituisimagece un intero mondo drammatico. E’ proprio attraverso questa lingua così aspra e diretta che l’autore riesce a raccontare, con ovvii riferimenti all’opera shakespeariana, un gioco di potere nel quale si contrappongono due famiglie, due generazioni, due vuoti: il fallimento dei padri e l’utopia dei figli. Storia pervasa da un senso di devastante dolore che prende avvio dalla figura di un re autocrate intento a far costruire un muro per difendere il suo Stato. Siamo in un cantiere, poi in un campo di battaglia, poi nella casa di un becchino, infine torna ancora morbosamente quel muro: esplicita metafora della compressione del potere e del senso di asfissia che esso provoca.

“Bond descrive il collasso di un mondo e di un linguaggio che non passano più in eredità dai padri ai figli. E lo fa semplicemente attraverso le parole. E’ confortante sapere che esistono civiltà teatrali come quella inglese dove le parole hanno ancora un valore immenso”. Dentro questo collasso, emerge chiaramente però il bisogno di superare la morte dei padri, di ridefinire un domani agendo con concretezza nel reale. “Questo è un punto cruciale della sua intera drammaturgia. Bond non si limita a descrivere la società, vuole cambiarla. E il teatro, secondo lui, deve essere motore di questi cambiamenti”.

I due grandi temi su cui si è concentrata la sua vasta produzione sono la famiglia e la guerra, gli stessi cioè della tragedia greca. Due temi controversi, affrontati spesso nei loro aspetti più feroci, più sconvolgenti. “Eppure, per quanto lucide e razionali possano apparire le sue opere, l’impatto che esse provocano sul pubblico è sempre di tipo psichico. Voglio dire che Bond solo all’apparenza può sembrare un autore brechtiano. In realtà, egli supera il teatro epico ed ideologico di Brecht perché spinge la drammaturgia in una zona di pericolo, di bilico. Non scioglie i nodi, non risolve”. Se volessimo trovare delle assonanze con altri drammaturghi, dovremmo accostarlo a Sarah Kane, autrice da lui molto amata e per la cui scomparsa (era il ’99) scrisse un ricordo splendido. “Credo che la forza del teatro di Bond – conclude la Ferlazzo Natoli – stia nel fatto che vi si avverte qualcosa di ancestrale, di antico, ma non ci sono risposte. Esso ci pone su un precipizio. Ci mette in pericolo. Ci spinge appunto su una linea di confine. E non ha nessuna intenzione di mostrarci una via di salvezza”.

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