Bivacco, rampone, picozza. La scalata vertiginosa di Atir-Teatro Ringhiera

ATIRGIULIA MURONI| Due alpinisti britannici Joe Yates e Simon Simpson nel 1985 si cimentarono nella scalata della cima del Siula Grande, nelle Ande peruviane. La vetta mai scalata di oltre 6000 metri di altezza rappresenta un obiettivo molto più che ambizioso e muove la volontà e la bravura della coppia. I due, pressoché sconosciuti l’un l’altro, riescono con impegno e determinazione ad essere i primi a inerpicarsi sulla parete ovest ma la discesa riserva imprevisti angosciosi.

La storia dei due scalatori inglesi, da cui un libro e poi un documentario, fa da trama a “(S)legati”, lo spettacolo di Atir-Teatro Ringhiera, visto al Cubo Teatro a Torino, sede della rassegna Schegge ormai alla quinta edizione. La struttura è molto semplice: i due attori Jacopo Bicocchi e Mattia Fabris, si rivolgono al pubblico, introducendo, con l’ausilio di una breve cornice metanarrativa, il racconto in prima persona della straordinaria vicenda. Una corda accompagna i gesti, supporti alla narrazione insieme agli inserti musicali a cura di Sandra Zoccolan. La luce, anch’essa discreta, sottolinea i momenti di riflessione solitaria di ciascuno dei due personaggi, mentre nei dialoghi si diffonde sulla scena. Lo spettacolo è costruito sulle prove attorali di Bicocchi e Fabris, alle prese con una storia che, in veste di metafora, apre la strada con sicura efficacia visiva a complessi orditi vitali.

Fabbricarsi dei sogni sempre più difficili, ambiziosi, spericolati. Diventarne assuefatti e spostare ogni volta in tassello in po’ più in là. Alzare la posta per inseguire un fatuo, orgasmico attimo di completa realizzazione e appagamento, fugace perché di breve durata e crudele perché l’adrenalina dà dipendenza e costringe ad una nuova sfida. Non sarà, come si chiedono i due personaggi, che il gioco ad un certo punto sfugga di mano? E poi perché rischiare tanto? Per ambizione? E ancora, quali sono i confini dell’ambizione? E quel sentimento di umanità, presunto innato, quando cozza con l’istinto di sopravvivenza, dove finisce? Quanto siamo bestie in fondo?

Uno dei due nella discesa è ferito alla gamba, grava sul compagno a cui si pone il quesito tragico: tagliare o no la corda che sostiene il contuso, ucciderlo e forse salvarsi o continuarne l’agonia per andare incontro alla probabile morte di entrambi? Senza eroi né mostri la corda viene recisa ma miracolosamente non ci sono morti e i due riescono infine a ritrovarsi, sopravvissuti ad un’impresa disumana intessuta di eventi prodigiosi e disastrosi.

Fabris e Bicocchi hanno ideato una drammaturgia intensa e incisiva, in cui ampio spazio è riconosciuto ad un carico emotivo imprescindibile, anche laddove, su vette vertiginose, diventa un fardello. Vivace la recitazione, con particolare nota di merito a Fabris, benché il ritmo complessivo ben cadenzato in tutto lo spettacolo sembri incagliarsi nella seconda parte, assai concitata e d’allarme. Prova convincente, dotata di quei pochi elementi di pregio necessari per un buon teatro.

 

 

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