Postproletari alla riscossa. Boss in incognito e la nuova frontiera del conflitto sociale

Costantino

ALESSANDRO MASTANDREA | Se “The Apprentice” di Flavio Briatore è la narrazione laica della competizione fine a se stessa, di concorrenti disposti a tutto pur di compiacere il boss e guadagnarsi un posto accanto al proprio mentore, “Boss in incognito” assume i contorni di una narrazione escatologica. Li il tono ostentatamente severo impresso dal boss è anche il fulcro di un involontario allegerimento, qui invece l’ironia è tutta sulle spalle di Costantino della Gherardesca, ma da sola non basta per rendere meno opprimente il nocciolo ideologico della trasmissione.
In fondo, che l’argomento trattato fosse impegnativo era facile intuirlo dalla scelta di programmare la messa in onda durante le festività, poiché è a buon diritto che “Boss in incognito” si inserisce in pieno clima natalizio, narrandoci l’epifania di un nuovo modello di imprenditore che tanto piacerebbe a Matteo Renzi.
Qui, tanto fortunati quanto inconsapevoli spettatori, abbiamo il privilegio di assistere al sacrificio del boss (il caro vecchio “padrone” di un tempo), che decide di umiliare la propria aristocratica ascendenza vivendo la finitezza (lavorativa, non economica) della condizione operaia e post-proletaria, e donando la speranza di un futuro migliore ai più meritevoli tra di essi.
Eccolo, dunque, cimentarsi nei più umili tra i lavori disponibili in quella tal catena alberghiera o in quella tal altra industria dolciaria (sempre sia lodato il product placement), misurando oltre che se stesso, anche la fibra lavorativa e morale dei propri dipendenti, umiliandosi a tal punto da scegliere la via dell’anonimato e un abbigliamento sin troppo dimesso.
Quel che conta non è tanto la verosimiglianza del meccanismo narrativo –l’implausibile sorpresa dei dipendenti all’atto del disvelamento- , quanto l’effetto drammatico, la catarsi e il possibile premio finale per i pochi prescelti.
Un percorso capace di arricchire ambo le parti: dipendente e boss. Se il primo esce da questa esperienza con un ragguardevole aumento di stipendio, regali e benefit vari (al pari di quel che accadrebbe se vincesse la lotteria) è certamente il secondo a beneficiare del maggior guadagno, non in senso economico (come spiega Costantino “la vera ricchezza non è solo il denaro”) ma certamente in senso umano, giungendo alla riscoperta del proprio primato aziendale quale segno di un destino manifesto: “certe persone nascono per comandare”, dirà uno dei cinque tutor durante il colloquio finale.
Dunque, la TV pare aver trovato una possibile soluzione alla biblica inconciliabilità esistente tra il regno dei cieli e la controversa figura del ricco, fornendo a quest’ultima l’iconografia propria della santità e cancellando in un lampo secoli di lotte sociali.
In questo tripudio di metafore salvifiche, è tuttavia l’immagine di quel tal ragionier Fantozzi a colloquio col megadirettore il “duca conte” a stagliarsi di fronte a noi con prepotenza. Se è nell’atto di spezzare il pane a Emmaus che il Cristo risorto viene riconosciuto, così, in “Boss in incognito”, sarà sul finire di puntata che il boss potrà disvelarsi dietro la propria scrivania, nell’ambiente e nella posizione che gli competono. Solo allora, dopo aver legittimato il proprio superiore status rispetto agli ex compagni di viaggio, il boss saprà mostrarsi in tutta la sua magnanimità, dimostrandosi compassionevole e generoso verso quei poveri sventurati.
Abituati a ben altri, e certamente meno amichevoli, rapporti con il management, a noialtri non resta che accontentarci del consueto e magro stipendio, sperando di vedere aggirarsi un giorno, tra i corridoi delle nostre aziende, Costantino della Gherardesca e i tecnici di mamma Rai.

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