Tornare a essere umani di fronte all’agonia

Le vacanze dei signori LagonìaSILVIA TORANI | C’è molto presente ne Le vacanze dei signori Lagonìa, ultima creazione della compagnia Teatrodilina. Ci sono gli echi di barconi migranti e di quella speranza che si limita al tempo di un viaggio; le testimonianze di una nuova povertà che si credeva emancipata dal passato; le nere cronache estranee della nostra società. Eppure il mondo quotidiano scompare. Il tempo è immobile e i minuti scorrono senza finire mai. È un tempo straordinario, un tempo di vacanza e sogno, un tempo che appare lontano, ma ci attende nel buio mobile del dormiveglia.

Una coppia calabrese, interpretata da Mario Pirrello e Francesco Colella, coautore del testo insieme al regista Francesco Lagi, sceglie di trascorrere il suo ultimo giorno al mare. Lì lo spettacolo commovente dell’esistenza umana si svolge davanti ai loro occhi, mostrando la miseria di una vita che si avvia al suo declino e non lascia niente dietro di sé. I coniugi siedono sulla spiaggia e guardano il mare. Lui, Ferdinando, ex-muratore di poche parole, che avrebbe potuto fare Gianni Morandi, se non fosse che Gianni Morandi c’era già. Lei, Marisa, inferma che risolve i cruciverba ma non riesce a ricordare gli occhi della figlia morta. «Me li sono mangiati quegli occhi, Ferdina’. Mi sono mangiata tutto».

Nulla sembra sopravvivere all’oscuro oblio del tempo. La vita si consuma giorno dopo giorno, troppo presa da se stessa per poter essere compresa. Il buio preme sui suoi confini e la ritirata termina contro l’invalicabile limite che ne segna la fine. Soltanto la tenerezza dell’abitudine reciproca rimane intatta, tra i pochi resti di un’esistenza che si credeva eterna, tra un’aria di Händel e un castello di sabbia abbandonato. In fondo potrebbe anche essere stato tutto un sogno di bambini addormentati sotto l’ombrellone, che hanno solo sognato la loro vita insieme.

Al limite tra commedia e dramma tragico, la pièce commuove per la sincerità nuda dei personaggi, per la semplicità evocativa della scena. La recitazione non eccede mai, ma resta intima e raccolta: Pirrello è sempre espressivo nella sua comunicazione silenziosa, mentre Colella trasfigura con piccoli gesti una performance en travesti che rischiava di risultare arbitraria in un’interpretazione essenziale e convincente.

Come dicevamo, c’è molto presente nello spettacolo, e molti sarebbero stati i riferimenti possibili alla nostra realtà sociale, le prese di posizione in un’era in cui tutti hanno sempre qualcosa da dire su tutto. Invece la conversazione dei signori Lagonìa è composta da frasi non dette, da accenni e voli leggeri che sfiorano le cose senza pretendere di capirle. Il presente ri-acquista nei loro occhi la dimensione finita dell’esperienza, ri-guadagna la prospettiva naturale del nostro sguardo di esseri umani. E di fronte alla loro esistenza piccola e banale, ma così intensa, capiamo che la vita in fondo è proprio questo, e niente di più.

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