Il Mosè astratto di Castellucci, suggeritore di libertà

sergio scarlatella e rascia darwish - foto di  guido_mencari_lausanne_go_down_mosesLAURA NOVELLI | Inizia in uno spazio bianco che per certi versi ricorda il candore abbacinante di Genesi, e dunque di una ricerca alle radici dell’Uomo. Ma che rimanda pure al primo ambiente dell’episodio di Bruxelles inserito nella Tragedia endogonidia, e dunque di una ricerca alle radici del tragico. Un gruppo di persone vestite in modo elegante e con foggia vagamente anni ’60 parla, si muove, sorride, bisbiglia. Qualcuno legge (la Bibbia?) pur non avendo alcun libro in mano. Un uomo cade innaturalmente addosso a una donna. Forse sono gli umani, siamo noi. Poi spariscono tutti e Go down, Moses, ultimo lavoro della Socìetas Raffaello Sanzio di cui Romeo Castellucci cura drammaturgia (insieme con la sorella Claudia), regia, scene, luci e costumi mentre l’impianto musicale è a firma di Scott Gibbons, cambia decisamente direzione. Per diventare una galleria di quadri apparentemente statici e a sé stanti che fanno riferimento – per via del tutto simbolica e accostati con un montaggio tonale costruito su analogie e assonanze – al “mito” di Mosè. Una catena di visioni, incubi, traiettorie storiche-pittoriche-filosofiche-teologiche in cui il senso dell’azione del profeta suggerisce immagini astratte, stridenti tra loro, spesso oscure nel loro significato. Sappiamo che Mosè rappresenta il salvatore dell’umanità, il predestinato, il liberatore dalla schiavitù. Sappiamo che proprio il tema della schiavitù è qui centrale, dal momento che il titolo stesso dello spettacolo (coprodotto dal Teatro di Roma e debuttato la scorsa estate ad Avignone) è mutuato da uno spiritual della tradizione afro-americana dove si racconta il passo dell’Esodo in cui il signore parlò a Mosè e poi si recò dal faraone a chiedergli: “Let my people go, that they may serve me”. E, come spiega il regista, sappiamo pure che diversamente dall’impatto iconografico del tanto discusso Sul concetto di volto nel figlio di Dio: ”Il personaggio Mosè è dissolto nelle scene, tralascia la narrazione biografica per estendersi su concetti, sentimenti e caratteri presaghi di una rivelazione che agisce ora, nel tempo attuale – come si legge nella nota di presentazione dello spettacolo – Mosè è avvicinato allo sguardo dello spettatore, sostanziando ogni elemento dello spettacolo, concepito per quadri e frammenti, vibrazioni psichiche che emergono come increspature nello spazio-tempo della vita quotidiana, oscuramente percepita come esilio”.

Ovviamente conoscere il teatro della compagnia di Cesena e arrivare preparati alla visione di questo lavoro (che dopo le repliche all’Argentina di Roma sarà in Germania, Francia e poi di nuovo a Roma, al teatro Vascello, il 16 e 17 aprile) ne aiuta la fruizione, perché nel complesso la potente capacità visionaria e immaginifica di Castellucci può risultare faticosa, impenetrabile, a tratti respingente. Per quanto egli si sforzi di farci capire che secondo lui ”il linguaggio teatrale è strumento per rappresentare il destino dell’uomo. Ne faccio un uso omeopatico, come elemento estraneo che soverchia e che ci scopre fragili, in balia di noi stessi”, non sempre lo spettatore traduce la difficoltà di interpretazione (ammesso poi che il teatro vada interpretato) in scoperta della propria fragilità, in bisogno di scendere negli abissi della propria anima. Parlando in termini personali (e parlo da decennale estimatrice della Socìetas), ho scelto di incontrare questo Mosè con le poche indicazioni propedeutiche di cui ho parlato ma decisa a lasciarmi guidare in modo del tutto istintivo attraverso i salti di un lavoro essenzialmente performativo (in scena recitano Rascia Darwish, Gloria Darliguzzo, Luca Nava, Stefano Questorio, Sergio Scarlatella) e medievale nella sua concezione di base senza cercare di capirlo durante il suo svolgimento. Avrei tirato le somme, emotive e mentali, dopo.

Dissoltasi la prima scena bianca, il palcoscenico viene occupato da uno strano strumento meccanico. Sembrerebbe un sismografo molto lungo il cui rullo, girando con ritmo sempre più concitato, schiaccia alcune parrucche fatte calare dall’alto (che siano i capelli dei profeti?). Dopo l’interno borghese dell’avvio, si torna dunque indietro nel tempo: ad una macchina della tortura (più volte presente in scena) che, come spesso capita nella Storia degli Umani, tritura i suoi eroi, i suoi salvatori. Più cristallino il quadro successivo: una donna vestita in abiti moderni (la interpreta Rascia Darwish) partorisce da sola in un bagno pubblico soffrendo come una bestia e perdendo litri di sangue, per poi mostrare i genitali al pubblico come fa la modella ritratta ne L’Origine du monde di Gustave Courbet. E’ la madre biologica di Mosè, figura che i Testi Sacri sfiorano appena, la donna che lo salvò dalla schiavitù affidandolo al Nilo. Qui diventa il simbolo sofferente e straziante di ogni donna costretta a disfarsi del proprio figlio. Subito dopo vediamo, infatti, un cassonetto che si erge da solo al centro della scena e che contiene tra i rifiuti una busta con dentro un corpicino che si agita e piange. Con una logica conseguenzialità narrativa l’azione si sposta poi in un commissariato: un uomo incalza freddamente la donna chiedendole dove sia il bambino e lei vaneggia abbandonandosi ad un delirio che è la storia dell’esodo degli ebrei, la storia della cesta di Mosè, la storia di un popolo liberato. I due personaggi non si incontrano né sul piano verbale né su quello simbolico: viaggiano su registri diversi, quasi opposti, e parrebbero ondeggiare tra l’oggi e il passato in modo persino stridente. Questo senso di straniamento prepara ancora uno scarto. Trasformando completamente i riferimenti scenici messi fino ad ora in atto, Castelluci introduce a questo punto un quadro di ambientazione primitiva: dietro un velatino dai colori bruni e terreni, si muove un clan di cavernicoli (e il mito della Caverna di Platone è ovviamente dietro l’angolo, così come 2001 Odissea nello spazio) che sotterrano un figlio appena nato, urlano, si agitano, si accoppiano e poi scrivono un vistoso S.O.S. con la polvere/vernice nera su quella parete “teatrale” che li separa da noi, dall’umanità futura, dalla storia.

Forse si concentra qui, in questa richiesta atavica e solenne di aiuto, il senso ultimo di questa complessa pièce. Ma più che di senso dovrei parlare di idea/immagine dominante. Mosè non c’è ma rappresenta una risposta a questo aiuto. E’ solo un’ipotesi. Ma ci obbliga a un’indagine. All’Indagine. Anche la scena della risonanza magnetica cui si sottopone la donna/madre non è altro che un tassello di questa stessa ricerca. Ricerca di libertà. Di umanità. Quella stessa ricerca di Genesi, di Tragedia endogonidia. Alle radici dell’Uomo c’è il tragico, c’è la morte, c’è la paura e la sottomissione. E anche gli appelli di Dio – di qualsiasi Dio – alla libertà rischiano di restare inattesi.

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