Lurex, trentenni tra fiction e call center

imagesVINCENZO SARDELLI | Qualche anno fa li definivano «Generazione mille euro». Ci hanno fatto film e libri. Adesso va di male in peggio. In Italia sono tantissimi i giovani che magari avessero mille euro al mese, e devono accontentarsi di paghe inferiori, spesso in nero.
Forse niente più di un call center rappresenta quel senso d’alienazione e impotenza dei giovani precari del Terzo Millennio. Perdenti, compiaciuti, soddisfatti di essere insoddisfatti, sono la generazione più ignorata del Novecento, schiacciata tra sogno americano e incubo delle Torri Gemelle.
Ma Alex e Cristina, alias Patrizio Belloli e Simona Migliori, in scena con Lurex ai Linguaggicreativi di Milano (regia di Amedeo Romeo) sono trentenni atipici. Colleghi da anni, da anni rispondono al telefono ai tanti consumatori che ogni giorno chiamano il Servizio Consumatori Acqua Freschissima. Tra una telefonata e l’altra, si raccontano di cene con gli amici, nottate in discoteca, incontri fugaci. Ma la realtà è un’altra. Le giornate di Alex e Cristina sono ossessivamente simili: sveglia, spazzolino, vestizione sbrigativa, corsa nevrotica verso la scrivania. L’uno alter ego dell’altra. Persino l’arredamento della loro casa è ossessivamente uguale, carta da parati anni Settanta, design a motivi concentrici marroni, orange e gialli.
Si fa presto a dire vintage. Le serate di Alex e Cristina sono di una piattezza mortificante: in solitudine davanti alla tv, catturati dalle repliche di Dynasty, il serial che negli anni Ottanta aveva tenuto incollati allo schermo milioni di telespettatori grazie alla sua formula vincente: intrighi, sesso, potere, capelli cotonati e vestiti in lurex.
Ma qui, sarà incapacità di crescere, sarà l’ossessione di rinverdire un immaginario più vicino all’infanzia che all’adolescenza, i due protagonisti si lasciano letteralmente permeare dalla soap opera statunitense: tradimenti, sotterfugi e inganni dallo schermo si insinuano nella loro vita. Svelano la vera natura della loro amicizia: un intreccio tragico degno dei migliori serial televisivi.
Il sottofondo sonoro è nei singulti psicanalitici di John Cage, sequenze stranianti o angoscianti che accompagnano i movimenti grotteschi, da trottole impazzite, dei protagonisti: logorati dalla realtà, ubriachi di fantasia. Anche le luci appena accennate seguono il loro imperversare sulla scena. Assecondano i chiaroscuri psicologici.
In verità questo spettacolo (ideato dalla stessa Simona Migliori) non sembra prendersi troppo sul serio. Ecco il ricorso alla battuta, simpatica o velenosa, ammiccante o ingenua. O un orgasmo simulato al telefono: non siamo ai livelli di Harry ti presento Selly, ma il registro è quello.
Ma più che al cinema, Lurex fa il verso alle soap. Abbonda in coincidenze e colpi di scena, fino allo stucchevole. Ecco perché il finale lascia qualche smorfia. Che, in definitiva, è il motivo per cui sono lentamente sparite dalla tv queste saghe moderne aberranti, Dynasty, Dallas, Anche i ricchi piangono. Beautiful resiste, ma lì siamo al patologico.
Lurex, e poteva intitolarsi Losers: perdenti compiaciuti, soddisfatti di essere insoddisfatti, ambigui e contraddittori, in bilico fra autodistruzione e autoaffermazione. Spettacolo birichino e frizzante, con qualche sovraccarico finale, giustificato dall’emulazione delle soap. Una regia onesta. Due attori affiatati, a esorcizzare la vita stagnante e l’apatia per un futuro che sembra non arrivare mai.

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