Gospodin, ovvero il capitalismo preso per le palle

VALENTINA SORTE|

Olimpia-Nigris-CosattiniPerché non raccontare la storia di Gospodin da un punto di vista decentrato, che privilegi cioè luoghi e spazi – una sorta di narrazione topografica – invece che fatti e personaggi? La vicenda inizia infatti all’aperto, su una panchina, lo sguardo rivolto al cielo e finisce al chiuso, o sarebbe meglio dire “al fresco”, in una cella. Strana parabola la sua. Ascendente per chi guarda da dietro le sbarre verso la platea, discendente per chi guarda dalla platea verso la scena.

Al primo posto di questa topografia c’è la cucina. E più precisamente, la parete della cucina che Gospodin fissa ogni mattina. Volutamente vuota “perché appenderci qualcosa, sarebbe come limitare in qualche modo la sua immaginazione”. Ma man mano che la sua dissidenza al capitalismo e al consumismo cresce, la casa si riconfigura. Le geometrie domestiche si svuotano – Gospodin si dà ad un certo punto al baratto – e la parete vuota si riempie di assiomi che millantano la rinuncia al denaro, alla proprietà privata e la libertà di non-scelta.

Il secondo posto è riservato agli spazi urbani: strade, marciapiedi, panchine, periferie, quartieri residenziali. La città in tutte le sue declinazioni insomma. Gospodin macina chilometri e chilometri a piedi. Da solo o in compagnia del suo fedele lama (prima che Greenpeace glielo sequestri, accusandolo per maltrattamenti). La strada diventa il correlativo oggettivo della sua spinta libertaria e della sua insofferenza alle sovrastrutture. È un luogo non-luogo, in cui trova posto anche la marginalità e l’uomo-minore, per dirla alla Gilles Deleuze.

Infine la prigione, luogo di “sorveglianza e punizione” dove la disciplina assoggetta i corpi, li rende docili e li corregge (come scrive Foucault) ma scelto paradossalmente da Gospodin – nonostante ci finisca per caso – come provvisorio perimetro di libertà. Qui infatti il denaro non è necessario, non esiste la proprietà privata e si è liberi di non scegliere.

Giorgio Barberio Corsetti che non è certo nuovo a certe sperimentazioni sceniche, anzi è stato negli anni ’80 pioniere nell’uso delle video-installazioni, è bravissimo a sfruttare il taglio topografico presente nel testo del giovane drammaturgo Philipp Löhle, da cui è stato tratto lo spettacolo. I suoi punti di forza sono proprio la scenografia e l’interazione fra il corpo degli attori e la tecnologia, grazie alle tecniche di graphic animation, video-mapping e chroma key. Rispetto al solito uso del video-mapping, il regista – e accanto a lui i bravissimi Lorenzo Bruno, Alessandra Solimene e Igor Renzetti – opta per una restituzione insieme realistica e poetica del punto di vista del protagonista. La scena inziale è un vero tocco da maestro: sdraiato sulla panchina, Gospodin si alza in piedi e i palazzi che prima stava guardando a testa in giù, piano piano si raddrizzano. Allo stesso modo tutti gli spostamenti dei personaggi sulla scena vengono accentuati dall’utilizzo di diversi pannelli (sia fissi che mobili) su cui vengono proiettati elementi urbani o astratti e fra cui gli attori, grazie al chroma key, si muovono. L’effetto è la fusione dei due corpi – quello attoriale e quello digitale – in un terzo corpo, più esteso e interattivo. Un po’ come “Le blanc-seign” di Magritte ma ipertecnologico. Curatissima è anche la scelta cromatica nelle proiezioni di graphic animation e nei costumi. Troppo direi. I colori a volte sono così saturi (soprattutto nei toni del blu e del verde) che distolgono lo sguardo da tutto il resto.

Sono senza dubbio interessanti anche altre soluzioni sceniche come quelle dei pannelli ribaltabili che si trasformano all’occorrenza in nuovi spazi e suggeriscono nuove ambientazioni, ma risultano ripetitive. Forse anche per l’eccessiva durata dello spettacolo. Il testo è costellato dai numerosi personaggi (in tutto dodici: la moglie, la madre, l’amico, il vicino…) che entrano in relazione con Gospodin, prima disapprovandolo e poi cercando disperatamente il suo aiuto, quando apprendono dell’enorme somma di denaro di cui è entrato – suo malgrado – in possesso. Da qui la frenetica successione di sequenze, in cui vengono esasperati i toni più stridenti e grotteschi. Dall’azione scenica si passa alla narrazione e viceversa, dal discorso diretto al discorso indiretto libero, continuamente. Quando le vicende entrano troppo nel vivo, interviene infatti una sorta di zoom-out narrativo. Un taglio drastico anche se doloroso avrebbe giovato alla tenuta dello spettacolo.

Marcello Prayer e Valentina Picello, che si moltiplicano in scena, ricorrono a una recitazione volutamente macchiettistica – ostentatamente nevrotica nel caso della seconda. Il ruolo della madre è quello più riuscito. Claudio Santamaria convince meno, troppo isteriche e accelerate le esplosioni di rabbia di Gospodin.

Il pubblico in sala osserva quanto sia sterile e ridicolo questo tentativo di ribellione al Sistema. Un tentativo che nasce già mutilato, perché in realtà non ha granché da dire e muore nei suoi stessi paradossi. Ma questa constatazione è ben poca cosa, non ha nulla dell’ “agnizione” o dei suoi derivati. Rimane la sensazione di aver mancato una buona occasione per affrontare in modo diverso, forse meno scontato, un tema così urgente. Elio Petri calling.

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