“Be normal!”, il riso amaro di Sotterraneo su speranze e rimpianti di una generazione

Be normal!FRANCESCA CURTO | In una notte buia, illuminata solo dalle luci intermittenti di due torce, le ombre di un uomo e di una donna comunicano in linguaggio morse e ammirano il cielo in cerca di stelle cadenti.
Scherzano, filosofeggiano e vanno a caccia di desideri, ma hanno intenzione di esprimere sempre lo stesso perché, per la legge delle probabilità, magari si realizza.
È in un buio di aspettative tutt’altro che normale che ha inizio “Be normal!”, commedia dal riso amaro che porta in scena il disperato grido di una generazione esasperata dalla difficoltà di essere oggigiorno all’altezza del normale.
Ma cos’è la normalità se non tutto quello che lasciamo che accada?

È su questo tema che il Teatro Sotterraneo, rappresentato per due quinti dai toscani Sara Bonaventura e Claudio Cirri, propone lo spettacolo-critica “Be normal!”, andato in scena il 23 gennaio al Teatro Sociale di Bergamo all’interno della rassegna Altri Percorsi.
“Be normal!” è una rilettura in toni ironici e assurdi (ma non troppo) della giornata tipo di due giovani qualsiasi, dove “essere normale” diventa anche esigenza di un momento che costringe a fare l’impossibile per conformarsi alla sempre più sfuggente normalità.

Dalle 8 del mattino alle 8 di sera, due personaggi attraversano, come protagonisti di un gioco di ruolo, diverse esilaranti situazioni che sembrano “guidate” da un divertito giocatore sadico che li mette alla prova testandone i limiti e costringendoli anche ad uccidere, se necessario.
La giornata si apre con il fastidioso “Bip” di una sveglia che tutti vorrebbero prendere a martellate. Solo che la donna che entra in scena lo fa veramente e tinge di follia quella che si prospettava essere la giornata frenetica di due ragazzi normali, in abiti normali, alla ricerca di un posto nel mondo.
Essi si muovono come automi in una società in cui tutto è routine, senza guardare in faccia il prossimo mentre prendono un tram assonnato, vanno a un colloquio con la mazza da baseball, danno da mangiare a un parente già morto e litigano per due pizze, esasperati da un bambino in lacrime che in realtà non hanno mai avuto.
Alla fine della giornata si trovano spossessati della propria coscienza e, durante un’eclissi di luna, cantano quello che avrebbero desiderato all’inizio: “Just a perfect day”.
La protagonista in realtà è una sola: la crisi. Quella che lascia i giovani senza lavoro e li costringe a sostenere colloqui assurdi e a compiere rapine a mano armata in un mondo che non stupisce più.

L’azione procede per quadri, uniti dall’orario in cui si svolgono situazioni grottesche in un originale incastro di fisico, poesia, dialoghi di spirito e momenti di puro meta-teatro.
Perché “Be normal!” nasce dall’esigenza di confrontarsi con il pubblico per esporgli il malessere di una generazione costretta a vestirsi da hot-dog per guadagnarsi da vivere in maniera onesta.
E soprattutto dimostra il rimpianto di quella generazione che alla domanda “Cosa farai da grande?” rispondeva: “L’astronauta”. Ma se nemmeno la normalità è perseguibile, figuriamoci se in una società invecchiata e sovraffollata come la nostra c’è posto per i sogni.

Teatro Sotterraneo inserisce il suo lavoro in quello che chiama “Daimon project”, un percorso biennale sul tema della vocazione inaugurato dallo spettacolo “Be legend!” che racconta, grazie all’ausilio di tre bambini, l’infanzia dei personaggi leggendari di Amleto, Giovanna d’Arco e Hitler. Sulla sua scia anche “Be Normal!” riflette il problema della vocazione, del cosiddetto “Daimonˮ, genio che si annida dentro di noi dalla nascita e che determina le nostre attitudini.

Teatro Sotterraneo suggerisce ora di abbatterlo, di nasconderlo fino ad eliminarlo quando pretende troppo, perché ormai ad essere astronauta solo lo 0,1% di quelli che l’hanno desiderato ci arriva. Utilizza grafici e vignette a sostegno della sua drastica soluzione per sopravvivere: eliminare il daimon ma anche tutti coloro che ci pestano i piedi. Legittima i gesti più estremi e inneggia i giovani alla guerra distribuendo loro palline perché si armino contro i cartonati dei vecchi più ricchi del mondo, responsabili della morte dei loro sogni: la regina Elisabetta, Hugh Hefner, Paperon de Paperoni e Mario Rossi, il vecchio generico che non muore mai.
Quest’invettiva spassosa e attuale risulta purtroppo così breve e arrabbiata da non offrire una soluzione confortante. Raggiunge però l’obiettivo più importante, quello di scuotere gli animi dei più giovani, nei quali ripone le sue ultime speranze.

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