L’uomo la bestia e la virtù: Conti, Trifirò e la farsa pirandelliana

uomo bestia virtu-3VINCENZO SARDELLI | Storia di partenze e abbandoni, di corna ed espedienti. Storia di doppiezza e molteplicità. Indossiamo tante maschere pur di essere sinceri. Sinceri con gli altri, forse: con noi stessi, certo che no.

Storia trita e ritrita quella de L’uomo, la bestia e la virtù. Il classico triangolo amoroso qui acquista forse un lato in più. Opera di Pirandello neppure tra le più famose o importanti, tuttavia attualissima. Anche ove non riconosca se stesso (sembra che il tradimento interessi una coppia su due) lo spettatore si rivede in qualcuna delle tante situazioni accennate.

Per il secondo anno consecutivo al Teatro Sala Fontana di Milano, l’allestimento di Monica Conti, a sua volta sdoppiata come regista e attrice in scena, sviscera il tema della duplicità sul piano non solo filosofico, ma anche del linguaggio e della scrittura.

La storia è un topos tra Plauto e Goldoni. Il professor Paolino, messa incinta la signora Perella madre di un suo alunno, per salvare le apparenze spinge perché la donna non perda l’occasione di giacere con il marito, sempre in giro per mare. Mica facile. Perché il capitano Perella a tutto sembra interessato tranne che agli obblighi coniugali. Quella notte è di passaggio, prima di ripartire per altri tre mesi. Non c’è alternativa: l’accoppiamento s’ha da fare subito, o la va o la spacca.

Era il 1919 quando Pirandello elaborò questa «tragedia annegata nella farsa». Fu un fiasco la prima milanese: bruciavano ancora le ferite della Grande Guerra in un’Italia dove tanti non erano tornati, e qualche “vedova allegra” s’era consolata durante e dopo. Andò meglio a Parigi, nel solco di quell’ironia che da Rabelais giunge a «Charlie».

Monica Conti crea con Domenico Franchi e Sergio Cangini un interno cupo, claustrofobico, senza via di fuga. Tre sipari uno dietro l’altro, diversamente trasparenti, danno luogo ad ambientazioni eterogenee, piani interni ed esterni. Con tanto di pioggia battente (tecnica e suono di Rossano Siragusano).

Le luci di Antonio Zappalà disegnano atmosfere intime o sguarnite. Ogni tanto sbirciano sotto la maschera dei protagonisti. Perché non va dimenticata la morale di quest’opera, estensibile in fondo a tutta la produzione pirandelliana: come spiega il professor Paolino, “attore” in greco si dice “ipocrita”. Gli uomini fingono, interpretano un ruolo: tutti ipocriti, soltanto attori. Il vedo/non vedo sulla scena allora è soluzione azzeccata. Qui non ci sono distinzioni manichee; siamo tutti vittime e carnefici, chiaroscuri di un circolo che unisce il bene e il male come un serpente che si morde la coda. E qua occorrerebbe un’altra digressione sull’etimo di “persona” (“maschera”, “carattere”) , o dei derivati “personaggio” e “personalità”.

Troppa filosofia. E allora evidenziamo la recitazione persuasiva dei protagonisti, bizzarri, strambi, ma senza sovraccarichi. Con un equilibrio di fondo. Il che coincide con i tratti distintivi dell’Uomo (Paolino) rispetto alla Bestia (il capitano Perella) e alla Virtù (la signora Perella). Equilibrio, appunto. Complessità, Empatia. Perché la farsa continui a galleggiare sulla tragedia.

Nell’Uomo dunque la molteplicità non è ipocrisia e maschera, ma appunto complessità. Capacità di decentrarsi per accogliere il punto di vista altrui. E qui Roberto Trifirò (Paolino) esprime la propria personalissima umanità e forza recitativa. Che è un destreggiarsi tra gli estremi senza tracimare. Lasciando trapelare una fiducia di fondo e quel po’ di compassione nel gran casino che è la vita.

Trifirò pirandelliano a tutto tondo. A coinvolgerci è il suo personaggio forte e tenero, pulito e birbante, dolce, aristocratico, ottimista, con quel po’ di follia, più dei pur bravi compagni d’avventura: Maria Ariis, Stefano Braschi, Giuditta Mingucci, Vincenzo Giordano, Sergio Mascherpa, Antonio Giuseppe Peligra. E appunto Monica Conti. Che aggiunge, nella rilettura dell’originale, un discernimento tutto femminile su una società ancora troppo maschilista.

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