21°C, la temperatura in tempo di crisi: Teatro Ex Drogheria apre i frigoriferi e debutta

21°C
FRANCESCA CURTO | La difficoltà di adattarsi, di trovare una soluzione, o semplicemente di sopravvivere in un periodo di alti e bassi, è quella raccontata da tre personaggi che, in un bilocale quadrato dalle tinte rosse e marroni, vanno alla ricerca dell’equilibrio perfetto.

Alberto è sempre fuori, dove lavora per due e vive una vita ripetitiva, precisa, e senza emozioni. I veri problemi lo attendono a casa, quella che una volta era di suo nonno e che adesso è un intimo cantuccio di bei ricordi, ma anche di dolorose ferite.
Con lui infatti abita la compagna Flavia, che è depressa perché vorrebbe un bambino ma è senza lavoro e non se lo può permettere.
Poi il precario equilibrio della coppia viene turbato dall’arrivo di Betta, esplosiva sorella di Alberto e migliore amica di Flavia. Betta ha talento e non guadagna abbastanza, è preoccupata per la sua inattività sessuale ma non rinuncia a sognare ad occhi aperti (infatti è sonnambula).
Per ultimo un problematico frigorifero rosso, come un quarto personaggio, partecipa all’azione con la sua “ronza” intermittente e perde acqua, va riempito o risulta troppo pieno. Con il suo andamento influenza la vita domestica e dà il nome ad ogni scena, simulando una sua storia a parte che inizia con l’apertura del frigo e si chiude con il suo svuotamento.

“21°C” debutta il 6 febbraio 2015 al Teatro Erbamil di Ponteranica, in occasione del terzo appuntamento della rassegna “In the mood for”.
In realtà il progetto che coinvolge lo stesso frigorifero rosso nasce già nel 2013, quando Teatro Ex Drogheria, compagnia di Pagazzano, fa della gente la protagonista della sua indagine sociale “21° Costanti”.
Il suo punto d’arrivo è una performance sulla crisi: del lavoro, della coppia che ha rinunciato a un figlio e di due fratelli che hanno preso strade diverse. Ma soprattutto sulla crisi di coloro che hanno riempito i frigoriferi del Teatro Ex Drogheria con delle risposte al “Re-Esistere” nel momento che stiamo vivendo e che hanno ispirato una commedia ben recitata che affronta con originalità un tema attualissimo.

Il frigorifero è il cuore di una studiata geometria di spazi, ciascuno col suo clima, costruiti, come una sorta di scatola cinese, all’interno di una scenografia curata e funzionale, fatta di lampade, cassette della frutta e materiali riciclati utilizzati all’occasione come suoni (di Begnini le riletture sonore a tastiera).
L’assenza di pareti permette di affacciarsi alla vita frenetica che i personaggi conducono fuori, mentre si difendono dagli sbalzi termici vestendosi e svestendosi di continuo e “ronzano” attorno al perimetro esterno dell’appartamento quadrato come se qualcuno avesse pigiato il tasto “avanti veloce”.

In una commedia nera di donne aggressive e uomini impauriti sono le prime a lasciare da parte gli abiti sgargianti mettendo i pantaloni in scena per combattere il “Nulla”, il non-luogo che le terrorizzava quando guardavano “La storia infinita”. Invece era il lupo che faceva paura ad Alberto, portavoce di una categoria maschile rappresentata sottotono. Infatti, paralizzato dagli sbalzi “termici”, non ha il coraggio di sposare Flavia e combatte la sua crisi con il fisico -in particolare in una bella sequenza dinamica di Simone Baldassarri- ma rimane sempre imprigionato negli stessi vestiti.
Il frigorifero rosso è l’unico in grado di mantenere un microclima costante tra la cucina, che evoca ricordi anni ’80 -piacevolmente coccolati da sigle e pezzi di allora rieditati con la tastiera- il salotto, che ospita amori e litigi, e l’esterno, raggelante e meccanico.
Oracolo e maestro dell’equilibrio, come uno scrigno prezioso conserva al fresco anche aspettative e rimpianti degli abitanti di casa: una laurea sudata che ora non serve, un test di gravidanza che dovrà attendere e delle mutandine commestibili che non trovano la loro occasione.

Ma a 21°C il corpo umano raggiunge l’equilibrio perfetto ed accetta la rassegnata constatazione che in un frigo sovraccarico di ideali c’è bisogno di lasciare posto alle cose concrete. E così la generazione che ha nostalgia degli anni ’80 avverte il più impellente bisogno di lottare, rispetto a quello di rimpiangere. Perché, secondo Sara Pessina e la sua bella commedia speranzosa, arriverà -magari tra 10 anni- il tempo in cui i sogni saranno possibili, gli sforzi verranno ripagati e Fantàsia si potrà salvare dal Nulla.

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