Roberta Nicolai: il tempo ordinario della creatività contemporanea. L’intervista

unnamedLAURA NOVELLI | Rivolgere lo sguardo alla nostra contemporaneità, allo smarrimento delle utopie, alla scena nazionale e internazionale per interrogarci su quanto e come (e se) la creazione artistica del terzo millennio sia ancora parte della cultura e ancora capace di connettersi con il reale costruendo un senso di identità che superi il consueto divario tra individuo e massa, artista e spazio urbano, l’io e gli altri. In sintesi è questo l’obiettivo ultimo di Singolare/Plurale, una “piazza” di creazioni multidisciplinari, saperi, narrazioni individuali e collettive ideata da Triangolo Scaleno teatro e diretta da Roberta Nicolai con appuntamenti per tutto il mese di febbraio a Roma. Forse è il caso – in questo caso – di iniziare scomodando qualche citazione filosofica. Scrive Jean-Luc Nancy: “Essere singolare plurale significa: l’essenza dell’essere è, ed è soltanto, una co-essenza […] dunque l’essente – ogni essente – è determinato nel suo stesso essere come essente l’uno-con-l’altro. Singolare plurale: cosicché la singolarità di ciascuno è indissociabile dal suo essere-con-in-tanti”.

Ispirandosi al pensiero del filosofo francese, Roberta Nicolai, da sempre vigile sentinella delle tensioni creative odierne convogliate nella consolidata esperienza del festival Teatri di Vetro, ci spiega come sia nata l’idea di questa nuova rassegna capitolina. “Singolare/Plurale nasce essenzialmente dall’attenzione che, durante Teatri di Vetro, ho sempre riservato al tempo ordinario del festival. Mi sono spesso chiesta, cioè, se quel tempo straordinario in cui si mostrano gli spettacoli restituisca realmente il senso della scena contemporanea nella sua ricerca ordinaria, quotidiana, precedente alla rappresentazione. Credo che sia fondamentale l’osservazione degli artisti, così come la capacità di disegnare connessioni tra artisti e cittadini, tra scena e teoria. Molti degli artisti contemporanei che seguo, ad esempio, si avvicinano al lavoro dei teorici, spesso con teorizzazioni a posteriori che costituiscono una sorta di riracconto di quanto sperimentato in scena. Voglio dire che molto della scena contemporanea possiede una restituzione teorica solida, eppure tanti teorici puri non la conoscono”.

Dunque, per semplificare, possiamo dire che questa vetrina intende fare una mappatura più dei processi creativi che degli esiti?

“In un certo senso sì. Singolare/Plurale, per molti versi, è il monitoraggio del tempo sotterraneo di Teatri di Vetro. Durante il festival – come succede in ogni festival – emergono gli oggetti artistici; il pubblico e la critica si limitano a guardare questi oggetti e anche le indicazioni ministeriali per le sovvenzioni pubbliche, se ci riflettiamo, guardano solo al prodotto. Non c’è attenzione al processo. Io non riesco a scindere lo spettacolo da ciò che lo precede. Perché se è vero che un buon lavoro può essere una magnifica sintesi dell’intera storia del teatro, è altrettanto vero che la domanda centrale da porsi resta quale ruolo abbia la scena contemporanea all’interno della cultura, della nostra cultura. Il rapporto con la realtà è un altro aspetto per me fondamentale. Per lunedì 16 abbiamo organizzato una tavola rotonda proprio sul tema La creazione contemporanea e il reale; credo sia un nodo nevralgico perché i cambiamenti dei nostri tempi hanno portato giocoforza dei cambiamenti nelle modalità della creazione e bisogna chiedersi se ciò abbia determinato un cambiamento anche nei linguaggi. Ecco, partendo da queste riflessioni, abbiamo pensato ad un contenitore dove rendere visibile il tempo più ordinario del lavoro artistico contemporaneo, regalando ai suoi protagonisti un tempo lungo, dilatato, di lavoro e pensiero”.

Come siete arrivati a mettere insieme il programma di questa prima edizione?

Oltre a questo gomitolo di riflessioni, alla radice del progetto c’è anche un significativo elemento biografico: dopo anni in cui Triangolo Scaleno teatro aveva un ufficio al Palladium, abbiamo dovuto cercare un’altra sistemazione e l’abbiamo trovata prendendo una stanza in co-working alla Biblioteca Vaccheria Nardi, in zona Tiburtino III. Un posto splendido. Era una stalla ed ora è una biblioteca; il fienile è diventato una mediateca; c’è un giardino, un parchetto e tutto intorno palazzoni costruiti negli anno ’80. Sembra davvero di stare a Parigi. Dunque, ci è parso sin da subito un luogo altro, una piazza, e ci siamo immediatamente interrogati su che senso dare al nostro stare lì. Il punto di partenza della rassegna è senza dubbio questo luogo di Roma”.

La riflessione su questo luogo altro cosa ha significato in prima battuta per voi?

Essenzialmente cercare una connessione con le persone che lo abitano e lo conoscono. Non volevamo fare né animazione né assistentato sociale ma esserci con dei veri e propri gesti artistici. Così abbiamo attivato due laboratori importanti: il primo, tenuto da Francesca Macrì e Andrea Trapani, con gli anziani del quartiere che raccontano e si raccontano intercettando alla perfezione l’ottica di singolare/plurale che dà il titolo alla rassegna. Abbiamo trovato persone con una grande attitudine alla condivisione e all’oralità e storie cariche di verità. Storie che diventeranno oggetto di un’apertura pubblica affidata però ai bambini di una terza elementare, come per sottolineare un passaggio generazionale, un senso di continuità passato/presente. Il secondo intervento laboratoriale si sta svolgendo al Liceo Artistico Enzo Rossi, un polo didattico molto importante della zona. Abbiamo chiamato il fumettista Manuel De Carli che in questi giorni sta lavorando con alcuni allievi dei liceo, ed è davvero bello constatare come la professionalità di un artista del suo livello sappia rivelarsi tanto comunicativa con e per i giovani”.

Da Roma poi la traiettoria si è spinta fino oltreconfine. In che modo questa apertura internazionale incontra la matrice locale della manifestazione?

“Ovviamente se il punto di partenza è Roma, quello di approdo non potrebbe che essere la scena internazionale. Una creatività che nasce in altri luoghi, in altre dimensioni spazio/temporali. Abbiamo due presenze molto interessanti. Il portoghese Miguel Bonneville (classe 1985), giovane artista visivo e performer, presenta alle Carrozzerie n.o.t. un esperimento di narrazione autobiografica al femminile intitolato MB#6 dove sei donne intervengono in video raccontando le loro storie mutuate dalla voce dell’artista stesso. Si tratta di un lavoro molto semplice ma innovativo a livello di linguaggio, perfettamente inerente il tema del singolare/plurale e con contenuti fortemente emozionali”. La francese Marie Lelardoux, attrice e performer in residenza al Théâtre des Bernardines e cofondatrice della compagnia Ėmile Saar, ci propone invece lo studio Tout est calme (trop), in cui affronta il tema della solitudine. Una performance di soli corpo e spazio che si interroga e ci interroga su cosa avvenga quando siamo da soli, e se sia possibile comprendere, senza approcci psicologici, quello che accade nella solitudine di una stanza”.

Ma il teatro internazionale in Singolare/Plurale è anche chiamato ad una emblematica riflessione teorica. Qual è la finalità del meeting che avete organizzato?

“Il 26 e il 27 febbraio ci sarà un meeting di lavoro, aperto anche al pubblico e realizzato pure in vista di Creative Europe 2015, con drammaturghi e artisti europei provenienti dal Kosovo, da Budapest, Belgrado, Vienna. Abbiamo lanciato un’idea su cui riflettere: considerare cioè, attraverso la drammaturgia, quanto della storia recente del secolo scorso sia ricaduto nelle nostre vite e abbiamo dato un titolo, Utopia, che è stato accolto favorevolmente da molte realtà. Inutile negare che la cadute delle ideologie e la loro valutazione negativa abbia un peso forte sulla contemporaneità. Credo che la carenza utopica di oggi causi un abbassamento del livello spirituale della nostra società. Ed è un tema su cui il teatro può dire e fare molto. Avremo delle presenze importanti e sarà anche l’occasione per ragionare sul rapporto, qui da noi molto problematico, tra scena istituzionale e scena indipendente”.

Prima parlavi di innovazione, cambiamento dei linguaggi. L’esperimento di Absolutely Live previsto al Brancaccino il 25 febbraio sembra un progetto coraggioso. Ce lo racconti?

“Probabilmente si tratta dell’evento più stravagante e senza dubbio coraggioso della vetrina: una jam session teatrale dedicata al Sogno di una notte di mezza estate in cui il testo di Shakespeare sarà letto live da alcuni attori e registrato sempre live per diventare un libro scaricabile gratuitamente dalla piattaforma di Liber Liber. Anche questo progetto è nato, per così dire, grazie ad una scintilla autobiografica. Durante la nostra permanenza alla Biblioteca Vaccheria Nardi abbiamo conosciuto il gruppo di Liber Liber e abbiamo deciso di fare qualcosa insieme coinvolgendo la scena contemporanea in un gioco, anche molto impegnativo, che restituisse alla comunità un audiolibro dell’evento in regalo. Così abbiamo preso il Sogno, che un’opera universale e difficilmente messa in scena dagli artisti della scena indipendente, e l’abbiamo affidata a Francesca Macrì, che ne ha curato una nuova traduzione e un nuovo adattamento. Dopodiché abbiamo organizzato un cast, ancora segreto, che avrà il testo solo quarantotto ore prima della serata. Nessuno degli interpreti sa quindi che ruolo avrà e tutto accadrà come in una vera e propria jam session. Ognuno metterà a disposizione il proprio talento, il proprio stile, la propria emotività per realizzare un oggetto realmente plurale, collettivo. La singolarità di ciascuno confluirà dentro un tempo/spazio collettivo e tutto si giocherà in quel preciso momento. Certo, potrebbe essere un disastro. Ma sempre meglio correre il rischio del disastro che accontentarsi del preconfezionato”.

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