Genesi: l’emigrazione secondo La Confraternita del Chianti

genesiVINCENZO SARDELLI | Buona la prima. È uno stile sobrio quello di Genesi, primo capitolo di una raccolta dedicata al Pentateuco dalla Confraternita del Chianti, compagnia attenta ai linguaggi contemporanei fondata da Chiara Boscaro e Marco Di Stefano. I primi cinque libri della Bibbia diventano spunto per monologhi a tema: la differenza linguistica (Genesi), l’esodo degli italiani dall’Istria (Esodo), la disciplina come modello di vita (Levitico), la clandestinità (Numeri), la legge nella società occidentale (Deuteronomio). Operazione che ricorda vagamente il Decalogo di Kieslowski, o Seven, il film di David Fincher sui vizi capitali.

Progetto ambizioso: per esplorare la condizione umana senza crudeltà né cinismo, senza effetti spettacolari, con monologhi scarni e una drammaturgia che sfuma nell’ironia i laceranti dilemmi etici ed esistenziali.

Genesi, in questo weekend al Teatro Verdi di Milano, racconta l’impatto con la grande città di una migrante spaesata. Lanova (il personaggio interpretato da una pimpante Valeria Sara Costantin) capisce che la lingua rappresenta non solo un limite comunicativo, ma anche uno scoglio capace di sgretolare la sua personalità.

Una creatura seminuda è alle prese con l’alterità. La narrazione fuori campo ha il ritmo dei versi di Celan o Mallarmé. Parole come stelle, note come pioggia. Buio, respiro, sibilo. L’approccio ha i colori e i silenzi della notte. La sinfonia in quattro movimenti di Lorenzo Brufatto è un contrappunto lieve di violini. Avvolge uno stridore di freddo, paura e solitudine.

Il linguaggio è metaforico, evocativo: Il monologo fuoricampo distilla frasi evanescenti. È una sequenza di spazi vuoti e parole strappate al silenzio. Quando invece l’attrice si esprime dal vivo, le luci si ravviano, le note sfumano. La lingua realistica, lingua del potere, definisce scenari alienanti e ostili. Il vuoto scenico esaspera l’alterità della protagonista, il suo ghetto, lo iato comunicativo e relazionale.

Lo sfregamento compulsivo delle mani introduce lo scacco della parola: «qui sono tutti qualcosa d’altro»; «i miei nomi sono tutti sbagliati». Eppure c’è in Lanova la curiosità per questo mondo sfuggente, il gioioso piacere della scoperta. Parlare, scrivere, memorizzare. La protagonista ha la stessa frenesia di assorbire la neolingua, di Liesel, il personaggio del bestseller La bambina che salvava i libri di Markus Zuzas. Caparbia, intelligente, Lanova scrive su un muro-lavagna tutte le parole apprese. Si sforza di vincere l’afasia, superando i vagiti di un essere inerme nevriticamente in cerca di un codice d’accesso al mondo.

Tra buio che inghiotte e luci abbacinanti, Lanova percorre la faticosa strada verso la “terra senza odore”. Qual è il prezzo dell’integrazione?

Poetica e sbarazzina, la drammaturgia di Chiara Boscaro usa l’esperanto come codice comunicativo da acquisire. Trovata originale e paradossale. Originale perché ricorda l’utopia pacifista di una lingua per tutti, senza prevaricazioni né nazionalismi. Paradossale perché qui l’esperanto è discrimine per accedere al nuovo mondo, anziché elemento inclusivo.

Misurata e intelligente, la regia di Marco Di Stefano si vale di un gesso, un muro-lavagna, un microfono-megafono, luci come strumenti narrativi. E due abiti “iniziatici”, scansioni di una cerimonia che conduce a un contato sempre più intimo con la nuova dimensione.

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