Enrico Filippini: ultimo viaggio dal buco della serratura

VALENTINA SORTE I Filippini-Losone-72Quando Umberto Eco coniò l’espressione “avanguardia in vagone letto” per ribattezzare il Gruppo 63 – alludendo alla scelta di Mussolini di non prendere parte alla marcia su Roma ma di raggiungere il giorno dopo, in vagone letto appunto, i suoi plotoni – riuscì un’analogia da vero maestro. In quattro parole condensò quello che un matematico avrebbe reso in due proporzioni distinte, ovvero:

avanguardia : rivolta = sperimentalismo : filologia ; sperimentalismo : intertestualità/filologia = Mussolini alla marcia su Roma : vagone letto

Il Gruppo 63 – che oltre ad Eco, annoverava Nanni Balestrini, Antonio Porta, Enrico Filippini e molti altri – preferì infatti al gesto rivoluzionario tipico delle avanguardie lo sperimentalismo delle neo-avanguardie, e sostituì alla rivolta e ai manifesti programmatici la filologia e l’eversione intertestuale.

Allo stesso modo l’espressione “ArTransit” che dà il nome al progetto artistico – di cui lo spettacolo L’ULTIMO VIAGGIO. La verità di Enrico Filippini fa parte – è altrettanto riuscita e condensa in un unico lemma le aspirazioni transfrontaliere e transdisciplinari contenute in maniera più estesa nel suo sottotitolo: “performing arts in motion”. Ed è proprio su rotaia, nei vagoni tra Milano-Zurigo e viceversa, che si è svolto uno dei suoi appuntamenti più importanti. Il titolo L’ULTIMO VIAGGIO (…) scelto da Giuliano Compagno e Concita Filippini – sua figlia – per firmare la drammaturgia dello spettacolo è perciò azzeccatissimo, perché nelle sue diverse accezioni rimanda non solo e subito all’omonimo volume ma anche all’esperienza del Gruppo 63, ad ArTransit e stricto sensu agli ultimi mesi di vita dello scrittore, il suo ultimo viaggio.

Lo spettacolo restituisce uno sguardo insolito sulla figura di questo grande intellettuale e giornalista, che all’avventura della Neoavanguardia accostò un’intensa attività di traduttore come germanista e la fondazione di “Repubblica” insieme a Scalfari. Concita ha raccolto nei suoi diari i pensieri, i dubbi, i ripensamenti e i rimpianti del padre in quei giorni, concentrandosi sulla sua storia personale – una sorta di poetica delle piccole cose. Corrono così parallele – come su due binari – le vicende più intime e private di Filippini da una parte e quelle pubbliche e più mondane dall’altra. L’effetto per lo spettatore è quello di spiare la sua vita da una posizione privilegiata e inedita: dal buco della serratura. Questa sensazione è amplificata dal passaggio dalla cornice extra/etero-diegetica (la narrazione di primo livello) che apre e chiude lo spettacolo – in cui la voce narrante è quella del drammaturgo – al vivo dell’azione (la narrazione di secondo livello). Come se uno zoom guidasse lo sguardo dello spettatore, scandendo il suo perimetro visivo/narrativo.

La scenografia è molto semplice: una camera privata, in una clinica. Ci sono un letto, un comodino e una poltrona. Filippini è spesso allungato in scena. Sembrerebbe dominare l’elemento orizzontale, grazie anche a un piano luci che allarga lo spazio scenico con dei piazzati bianchi (mai fissi), ai quattro angoli del palco di via Mac Mahon. In realtà a contrastare queste lunghezze sputano un po’ ovunque numerose pile di libri e giornali. La verticalità diventa allora una dimensione altrettanto importante, anche se meno esplorata.

Marco Solari firma una regia misurata, quasi al metronomo. È piuttosto bravo in questo perché nonostante l’originalità degli aneddoti (dalla stretta corrispondenza con Pagliarani alle ossessioni erotiche di Klossowski) il rischio di cadere nell’eccesso dell’introspezione era grande. Solari è riuscito invece a bilanciare l’intimità più raccolta dei diari a delle accelerazioni sceniche, non solo piazzando al momento giusto entrate/uscite dei diversi personaggi (interpretati da Solari stesso, Alessandra Vanzi e Xhilda Lapardhaja) ma regalando due sequenze “dinamiche” molto efficaci, perché staccate dal livello omodiegetico della storia. La prima delle due risolta in un momento di danza, la seconda in un perimetro di passi e luci, all’esterno della scena.

Il recupero della cornice alla fine dello spettacolo è stato un po’ come additare la serratura da cui il pubblico stava spiando, spezzando bruscamente la sospensione dell’incredulità. Quasi un esercizio di stile poco riuscito, perché troppo comodo e un po’ datato. Una pecca per chi invece aveva combattuto la sua battaglia proprio con l’intertestualità. Nel complesso L’ULTIMO VIAGGIO è un bel modo per avvicinare Filippini come uomo prima che come personaggio della fu intellighenzia italiana.

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