Homini, il maschio di uomo per Marcela Serli

UID5422E51FEA118_1RENZO FRANCABDANDERA | E’ inequivoco l’inizio, tutto inizia di lì, dal bel pisello penzolante di uno degli interpreti dello spettacolo, illuminato con una luce spot, nel buio dell’inizio della scena.

Una provocazione per dirimere in modo univoco il tema del ragionamento. Si, lui, il maschio, prima ancora che l’uomo, quasi ci fosse una supremazia biologica sul progetto sociale, qualcosa che identifica e accomuna.
Subito dopo, questa operetta rock va a comporsi di scene di branco, di aggregazioni dal tratto primordiale, bestiale, istintualità ultras, da Arancia Meccanica, dove l’animalità umana pare separare i temi dell’evoluzione in base al genere e il destino del maschio della specie distinguersi in modo netto da quello della femmina, che comparirà solo in funzione della preservazione dell’identità familistica, progetto spesso falsato all’interno di regole decise dall’esterno più che dalla volontà di chi lo determina dal suo interno.

Il progetto Homini, parte di un dittico che porta la firma alla regia di Marcela Serli e la drammaturgia di Alberto Amoretti e Marcela Serli, è andato da poco in scena all’Atir Ringhiera interpretato da Marco Bonadei, Andrea Collavino, Paolo Fagiolo, Marco Imparato e Filippo Porri.

In realtà il lavoro affronta due temi, ovvero la mascolinità in quanto forma aggregativo-sociale e a conseguire quella della dimensione familiar-filiale, e lo fa attraverso una serie di quadri sviluppati intorno a citazioni che si dipanano fra il letterario e il cinematografico, da Kafka a Tarantino, per dirne alcune, come la riflessione che Carradine alias Bill fa alla Turman alias Black Mamba sul genere umano visto dai supereroi nel finale di Kill Bill 2, o la lettera al padre dello scrittore mitteleuropeo, che avvia il finale dello spettacolo, portandolo in una dimensione intimistica e di confessione al pubblico. Questa dinamica di progressivo avvicinamento alla sala e all’uditorio come alterità di confronto si sviluppa progressivamente, come in molti altri lavori della Serli, partendo da un’impostazione quasi geometrico-coreografica del palcoscenico, uno spazio in cui gli attori sviluppano la loro azione in modo organizzato, quasi danzato (menzioniamo qui il possibile influsso anche di Noemi Bresciani, di Fattoria Vittadini, qui assistente alla regia), per poi rompere lo schema e avvicinarsi al pubblico in un legame emotivo più profondo.
Cosa funziona? In generale funziona l’effervescenza ironica della riflessione, la mascolinità più semplice portata a nudo, quella delle aggregazioni di base, il tema del rapporto padre figlio, la capacità della Serli di trovare, qui come in altre sue regie, un momento per creare la dimensione intima con la sala su temi non facili.

E’ invece perfettibile, come capita a volte negli spettacoli di genere, la logica di base quando diventa semplificatoria, quella che vede nel maschio l’origine e la causa dei mali, la dimensione più bruta e spicciola del sensibile. La qual cosa, se in generale è possibile anche sia vera, si dà però da migliaia di anni, e se questa specie vivente è sopravvissuta, evidentemente ha funzionato una dialettica fra i generi che, lungi dall’essere perfetta o priva di soprusi, non può risolversi in una semplice individuazione del nemico o del brutale nel membro maschile e nel corpo cui è annesso, quasi mancasse di un’intelligenza capace di autodeterminarsi, o scegliere.

E così, da uomo, mi sento rappresentato solo in parte nei miei difetti, e trovo invece che la logica mascolina del sopruso, nella nostra società, sia spesso perpetrata nelle sue dinamiche violente, anche dalle donne. Quanti casi di bullismo femminile, ad esempio, o di capi clan nella mala latinoamericana di donne, o di donne manager e cape di stato dal piglio assai poco femminile.

Ecco quindi che la partizione in maschile e femminile, con la distinzione che inizia con un bel pisello in primo piano, risulta semplificatoria, come la prima parte, in cui dei ragazzini perpetrano le logiche del branco. Migliore lo sviluppo nella parte centrale e poi finale, dal tono più intimo e ragionato, ma  anche più problematica nell’assegnazione del tema della fragilità in capo alle singole esistenze.

Si tratta in ogni caso di una regia frizzante, viva, perfettibile per molti versi ma, dal punto di vista della gestione del collettivo attorale (capace di ben figurare), della riflessione migliore della Serli finora, nel percorso che si è avviato quasi 4 anni fa dal percorso Atopos, da cui le più recenti regie discendono in linea concettuale.
Il bilanciamento delle atmosfere, il riconoscimento e il confronto con i valori della presunta “parte forte”, al di là della dinamica violenta con cui vengono imposti, potrebbero ulteriormente arricchire dal punto di vista filosofico il percorso.
Sarebbe come andare a Roma, rimaner estasiati dalla città, e poi non vedere negli antichi romani il popolo di imperialisti e dominatori violenti senza scrupoli che furono. O viceversa, guardare solo agli imperialisti, senza guardare al sensibile che furono in grado di generare. L’umano è contraddizione in sé.

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