Deflorian/Tagliarini: “Ce ne andiamo, ma per restare”

FRANCESCA GIULIANI | Che cosa succede quando si riesce a pronunciare, a voce alta, su un palcoscenico, “Preferirei di no!” ricalcando lo scrivano di Melville? Capita che quattro attori escano dal buio della scena e in piena luce annuncino l’impossibilità della rappresentazione. Capita che alla frenesia performativa della vita quotidiana, a quell’essere sempre all’altezza di ogni situazione, per dirla seguendo il pensiero del filosofo Byung-Chul Han, contrappongano la potenza negativa di una sottrazione di performance necessaria a un nuovo stare e a un guardare con altri occhi. “Non siamo pronti” dichiara Daria Deflorian al suo ingresso, “Abbiamo tanto lavorato, ci siamo tanto interrogati, ma non ci sentiamo pronti”. ce_ne_andiamo_per_non_darvi_troppe_preoccupazioni_©claudia_pajewski_8705Per la rassegna TeatrOltre Antonio Tagliarini, Monica Piseddu, Valentino Villa e la stessa Deflorian portano sul palco del Teatro Sanzio di Urbino l’ultimo capitolo della “Trilogia dell’invisibile”, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni. E lo fanno per restare. Si soffermano su quel palco semivuoto a indugiare riflessioni intorno al mondo che li circonda e ci circonda, interrogandosi sul loro stato di attori e sullo stato attuale della crisi, teatrale e non solo, che ci avvolge.

Che cosa li spinge a fermarsi? Che cosa li spinge a mollare? Il tema trattato è troppo arduo da essere messo in scena a teatro, soprattutto quando si fa specchio di una cruda realtà che alla stregua della finzione accade vicino ai loro/nostri occhi? Il soggetto, o meglio l’immagine da cui partono è tratta dal romanzo L’esattore dello scrittore greco Petros Matkaris. Siamo in piena crisi greca e quattro donne ateniesi decidono di suicidarsi. In un appartamento con cucina, salotto e camera da letto quattro anziane passano l’ultima notte insieme bevendo una bottiglia di vodka piena di barbiturici. Sul tavolo un foglio, l’ultimo pensiero: “Abbiamo capito che siamo di peso allo Stato, ai medici, ai farmacisti e a tutta la società. Quindi ce ne andiamo senza darvi altre preoccupazioni. Risparmierete sulle nostre quattro pensioni e vivrete meglio”. Di questo, resta solo il titolo.

Sarebbe stato più spettacolare, come chiede la Deflorian direttamente al pubblico, aprire un varco sul tetto del teatro e far scendere improvvisamente il prototipo della casa con le quattro anziane? Economicamente sarebbe stato impossibile e in più non ci sono quattro attrici donne. E non ci sono la Grecia, Atene e la sua periferia, i suoi suoni, i suoi colori, i suoi odori e le sue grida. C’è il racconto, il solo nominarle che le fa essere-ci. Il resto è una ricerca continua di risposte. In quest’ora di spettacolo, che è poi la notte d’attesa delle quattro morti, non resta che porsi e porre domande. Che cos’è che le ha spinte a quest’uscita quasi di nascosto? E soprattutto a che cosa serve? DEFLORIAN-TAGLIARINI-©GabrieleZanon_DefTag_GZANON_FULL_7134-660x330Non sembra un gesto rivoluzionario, anzi il contrario un sottrarsi quasi senza lotta. Sono queste le prime questioni che vengono gettate sul pubblico. Altre ne susseguiranno in un innesto di realtà e finzione, di persone e personaggi, di ironia e tragedia cuciti insieme in questa perfetta scrittura drammaturgica che sembra rincorrere continuamente la risposta a quella domanda che fa da fil rouge ai gesti scenici: a che cosa serve la rappresentazione?

La necessarietà del raccontarsi trova spinta nella negazione iniziale: il dramma non c’è, lascia posto alle visioni e agli scarti ironici che trasudano la voglia di non fermarsi davanti alle difficoltà, anzi ad alimentarsi nelle difficoltà. Le azioni sono piccole, c’è quasi un continuo non essere sulla scena, un entrare per subito scappare. Rintracciare gli attori che si raccontano sottraendo lentamente il loro essere nel personaggio è un’illusione reale perché dura un attimo. Il personaggio non è un nascondiglio, è un diversivo necessario alla piena delucidazione e realtà del loro stare in scena, per essere continuamente presenti a loro stessi e al loro racconto che tra finzione e realtà si potenzia. È nella disquisizione della possibilità di una rappresentazione che pienamente avviene che ci sentiamo partecipi di quei racconti che dalla crisi greca ci conducono alla nostra crisi, ai nostri malesseri paranoici, ai nostri piccoli suicidi quotidiani che fuoriescono dagli stralci della loro vita narrata. Alla fine, nella semplicità scenografica che fa da specchio a un qualsiasi interno quotidiano e conviviale, delle sedie attorno a un tavolo, non resta che sedersi come figurine nell’attesa che scenda il buio: dentro quattro maschere completamente nere si bloccano e la rappresentazione si ferma.

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