Vanitas vanitatis venetorum, ovvero Veneti Fair

VALENTINA SORTE| VENETI_FAIR_LOCANDINAMentre a Veronafiere si è da poco conclusa la 50° edizione di Vinitaly, il più importante appuntamento fieristico dedicato all’eccellenza vinicola italiana e nella fattispecie veneta, al Teatro alle Grazie di Bergamo – nel quadro della rassegna Domina Domna – è andata in scena un’altra fiera: quella della “venetità”. O meglio: della vanità dell’essere veneti. Veneti Fair, appunto.

Il titolo – come la locandina – è già un manifesto. Basta una semplice assonanza (Vanity/Veneti) per spostare l’accento sulla geografia, lasciando però sottointesa la ricca polisemia di vanitas: il compiacimento di sé e dei propri natali, ma anche la caducità, tipica di ogni autocelebrazione. Fair invece allude alla lunga e ricca carrellata di personaggi e annuncia il tono ironico e sferzante dello spettacolo. “Signori venghino…venghino signore!”. Marta Dalla Via – nata e cresciuta a Tonezza del Cimone, nel vicentino – fa infatti sfilare uno dietro l’altro i diversi esemplari della venetità: l’imprenditore xenofobo in doppio petto che non esita a sfruttare la mano d’opera cinese, nord-africana ed est-europea (“i china, i maghrebbi e i rumeni”); Miss Polenta che pur dichiarandosi diversa dalle altre reginette di bellezza, parla per frasi fatte regalando vere e proprie pillole di “saggezza padana”; il Morto di Biancosarti che dal ritrovato bancone del “Bar Genzianella” – nell’aldilà – consuma brindisi, sciorinando la sua curiosa eziologia alcolista; la Pettegola bigotta che dal suo inginocchiatoio si scandalizza fintamente dell’ultima maldicenza; il Professore immigrato che coniuga e declina verbi, tentando invano un’integrazione linguistica etc. L’irrisione non risparmia niente e nessuno, nemmeno la Canzone del Piave

 I personaggi, offerti al pubblico come “esemplarità”, sono sottoposti a un processo di sovraesposizione, non tanto luminosa quanto antropologica. Lo spettacolo insiste proprio sugli stereotipi e sui luoghi comuni del nord-est, scegliendo un registro dichiaratamente comico e macchiettistico. Ma questo meccanismo è così esplicito e riconoscibile, da consentire un riso amaro. La leggerezza apre così alle contraddizioni e prende le distanze da questa presunta eccellenza: una sorta di buco nel cielo di carta che trasforma – a suo modo – Oreste in Amleto.

Marta Dalla Via dà prova di sé, non solo per la forte presenza scenica ma per l’agilità con cui riesce a passare da un personaggio all’altro, da una maschera all’altra. La scelta di mescolare tecniche di maschera e clownerie (che hanno segnato il suo percorso artistico) a una drammaturgia originale, molto attenta al dialetto contemporaneo si dimostra vincente. 

Il lavoro sul corpo, sull’espressione facciale e sulla lingua è molto curato e diventa il punto di forza di Veneti Fair. Convince meno la costruzione drammaturgica nel suo complesso. Nonostante il meccanismo comico su cui si regge lo spettacolo sia ben rodato, i vari pezzi del puzzle non riescono veramente a incastrarsi. E anche quando, verso la fine, l’attrice entra in un registro più intimo e attinge alla propria storia personale per cucire tutte le tessere di quel microcosmo veneto – verso un macrocosmo italico – l’operazione in realtà non riesce, perché troppo debole – a tratti didascalica e forzata. Allo stesso modo, il video finale che raccoglie le testimonianze dirette da cui nasce questo lavoro, nel suo tentativo di mostrare come la realtà superi di gran lunga la finzione, risulta pleonastico. 

 Le luci di Roberto Di Fresco e le musiche di Andrea Mazzacavallo (cantautore vicentino) sono invece perfettamente calate nella struttura dello spettacolo. Grazie ad un’azzeccata scelta cromatica, la sovraesposizione dei personaggi si rafforza e diventa a tratti “surreale”. La regia di Angela Malfitano sfrutta in modo interessante lo spazio scenico, alternando momenti di staticità a veloci spostamenti o accelerazioni, rendendo il ritmo di Veneti Fair sempre sostenuto.

Sembrerebbe iniziare proprio qui, in questo primissimo nucleo, un percorso che porterà la riflessione e antropologica e economica e generazionale di Marta e Diego Dalla Via sul Veneto verso una maggiore maturità, sia drammaturgica che registica. Pur nell’urgenza di tornare su questi temi, in Piccolo Mondo Alpino e poi in Mio figlio era come un padre per me ci sarà infatti quella distanza necessaria che qui è invece ancora poco abbozzata, per potersi confrontare in modo più sottile con questa difficile eredit(ariet)à, geografica e affettiva, passando dalla satira alla critica sociale.

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