“Di che padre, figlia?”, l’amore fragile di Re Lear

15_5_13_cav_learANDREA CIOMMIENTO | Perché leggere oggi Sofocle o Shakespeare? In che modo la nostra vita fa “esperienza di trasformazione” attraverso il teatro e le grandi storie? Insieme allo psicoanalista Michele Cavallo, direttore didattico del Master Teatro Sociale dell’Università La Sapienza di Roma, abbiamo iniziato un felice confronto a partire dalla messa a fuoco analitica di snodi cruciali dei testi arrivando alla creazione per la scena. Due focus group in collegamento web da Torino e Roma si impegnano a costruire una visione e un alfabeto comune grazie alla lettura originale dei testi selezionati in grado di far emergere temi inediti per le risonanze personali, l’elaborazione e la traduzione scenica. A fare da guida in queste riletture sono le intuizioni di alcuni psicanalisti, soprattutto di Jacques Lacan, riconducendo l’analisi al caso letterario e non al caso clinico.

Il grande e terribile poema
La stesura di questi appunti trattano i temi centrali del Re Lear di Shakespeare, il “grande e terribile poema” (Henry James) sempre visto come “un’immensa montagna che tutti ammirano ma che nessuno ha voglia di scalare troppo spesso” (Jan Kott). Ci siamo chiesti quale sia il peso dell’amore a partire dalla “cronaca autentica della vita e morte di Re Lear e delle sue figlie”. L’opera si compone di linee narrative simultanee che raccontano relazioni di verità e finzione, desideri di potere, ambiguità e fragilità del sentimento. Re Lear racconta la storia di un uomo “barbaro e rinascimentale” allo stesso tempo consegnandoci due idee di mondo e di umanità contrapposte.

Parola: strumento che agisce
In Lear la parola è strumento che agisce non solo come dialogo ma anche come azione. La parola rivela l’azione. Rivela verità e falsità che potremmo discernere in “ciò che sentiamo” e “ciò che non sentiamo ma che conviene dire”. Il peso di queste due visioni ce le racconta Edgar, l’unico superstite, alla fine della tragedia.

Lear ricerca il peso dell’amore nelle sue tre figlie (“chi di voi ci ama di più”). Non cerca la verità ma la giusta quantità del sentimento in relazione al suo potere per la divisione delle proprietà. Questa è la colpa che determina la caduta. Qui la parola, il suo linguaggio, non illumina la realtà. Il risultato è quello di rendersi “cieco” davanti a essa. Incapace di comprendere e distinguere le parole delle tre figlie, quelle parole su “ciò che sentiamo” (Cordelia) e “ciò che non sentiamo ma che conviene dire” (Regan e Goneril). Il Duca di Kent, fedelissimo a Lear, lo comunica così: “la tua figlia minore non è quella che t’ama meno, anzi, non è vuoto il cuore di coloro la cui voce sommessa non manda un vuoto rimbombo”.

Lear, rendendosi cieco alla realtà, non sa più “leggere” il mondo se non attraverso gli occhi del Matto che a sua volta dissacra e gioca con la realtà stessa; qui il Matto si fa strumento di verità accompagnando il Re e mai lasciandolo solo.

Di che amore, figlia?
Abbiamo provato a dare peso all’amore (“quantità”):

1. Amore fragile
Il linguaggio ricorrente di Lear, all’inizio dell’opera, rivela la fragilità del padre a partire da queste parole di interlocuzione con le figlie: “contratto d’amore”, “fammi un discorso più accomodante”, “da nulla non sortirà nulla. Parla ancora”, “dichiarateci adesso: quali di voi dovremo dire chi ci ama di più”, “la natura fa a gara con il merito”.

2. Amore strategico
Il linguaggio della strategia è presente nel Re Francia che vuole sposare Cordelia (figlia ribelle). Sposarla vuol dire difendere l’unica figlia capace di parole vere, questo stato delle cose sarà il pretesto di Re Francia per fare la guerra all’Inghilterra. L’amore strategico si rivela anche nel linguaggio delle due sorelle che tradiscono il padre Lear e successivamente i mariti. Il linguaggio strategico è presente anche in Edmund, fratellastro di Edgar e figlio di Gloucester, attraverso le parole di falsità di una lettera ritrovata fittiziamente e consegnata al padre contro il fratellastro Edgar.

Le parole di un amore strategico: “tanto più ricca, perché povera, più eletta perché reietta”, “dovremmo aspettarci da lui questi scatti improvvisi”, “la sua recente abdicazione tornerà a nostro danno”, “vedete come è capricciosa la sua vecchiaia”, “ha conosciuto sempre poco se stesso”, “vi supplico non insistete. Non mi sembra adatta ai vostri occhi. Abbiate la compiacenza di sospendere la vostra indignazione contro vostro figlio”.

3. Amore folle
Il linguaggio della follia compone un sentimento tridimensionale:
– follia di Lear: simbolo della follia, la tempesta, Lear che farnetica
– follia inscenata da Edgar: travestito da Tom (il pazzo del villaggio)
– follia del Matto come strumento di sapienza

Ci sembra che infine Lear prenda consapevolmente la decisione di diventare pazzo, divorato dal senso di colpa per aver premiato le due figlie traditrici che ora lo hanno rinnegato. Lear capisce chiaramente cosa sta accadendo e sceglie di farneticare: “il matto resta quando il savio se la batte. Insegnami a mentire” .

– Mi chiami matto ragazzo?
– Tutti gli altri tuoi titoli li hai dati via, con quello invece ci sei nato.
– Mi piacerebbe imparare a mentire.
– Sai la differenza ragazzo mio, tra un matto amaro e uno dolce?
– Il matto dolce e il matto amaro saranno chiari a tutti. L’uno ha l’abito multicolore, e l’altro eccolo lì.

4. Le conseguenze dell’amore
Alla fine di questa tragedia Lear comprende la sua cecità che ha portato alla caduta: un amore fragile affidato a un linguaggio ipocrita e strategico. Comprende la fragilità del non saper leggere il significato del mondo pur avendo tutti gli strumenti per farlo. È il Matto a rivelarlo: “È matto chi si fida della docilità di un lupo e del giuramento di una puttana”.

Fino al ritorno della verità attraverso la parola di Edgar, unico superstite: “A noi spetta gravarci del peso di questo triste tempo, dire quel che si prova, e non quel che si deve”.

5. Il quinto tempo
Alla fine della tragedia si rivela l’ultima condizione di Lear, il punto di non ritorno degli atti compiuti. Eccolo ora in scena con la figlia ribelle, Cordelia, morta tra le braccia del padre a causa delle sue parole di verità: “Il mio povero matto è impiccato”. Qui l’ultima identità con l’unione nella morte simbolica del Matto e quella corporea di Cordelia.

Queste le parole pronunciate da Lear nel suo fatale quinto tempo, invisibile e presente:
“Vieni, noi due soli, canteremo come uccelli in gabbia. Così vivremo e pregheremo e canteremo e ci racconteremo antiche storie, e rideremo delle farfalle dorate, e ascolteremo poveri malviventi parlare delle novità della corte; e anche noi parleremo con loro – di chi perde e di chi vince, di chi è dentro e di chi è fuori – e prenderemo su di noi”.

“Re Lear: di che padre, figlia?” incontro laboratoriale condotto dallo psicoanalista Michele Cavallo, direttore didattico del Master Teatro Sociale (Università La Sapienza – Roma) in collaborazione con il regista Andrea Ciommiento (Interazione Scenica/CO.H Torino).

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