Torna “Favola”, lo spettacolo cult di Filippo Timi

favolaLAURA GHIRLANDETTI | In una provincia americana, anni Cinquanta, due amiche all’apparenza felici del loro ruolo di mogli confinate in un luccicante paradiso domestico, iniziano invece a raccontarsi, a svelarsi, e a trasudare una ben altra verità, che si rivelerà man mano molto più scabrosa, inaccettabile alla morale corrente, e dai risvolti finali tragici e sinistri.
Il sottotitolo di “Favola” è infatti “c’era una volta una bambina. e dico c’era perchè ora non c’è più”.
Citando le parole di presentazione: “Nessuna Favola è mai perfetta come sembra, per quanto imbalsamata tu possa resistere dietro la bugia di un sorriso, la vita, carnosa, brutale, spietata, una notte magica di Natale busserà alla tua porta, e nulla sarà mai più come prima…”
Ma questo non deve depistare: lo spettacolo che vedremo è infatti una splendida prova d’attore per il più camaleontico animale da palcoscenico di tutto il panorama nostrano, dove l’attore umbro può abilmente sfoggiare la sua incontenibile vena tragi-comica.
Una prova mirabile in cui Timi, accompagnato dagli ottimi Lucia Mascino e Luca Pignagnoli, declina tutta la propria strabordante presenza con una naturalezza apparentemente senza sforzo alcuno, in cui riesce ad essere al contempo credibile, e se stesso.
Riportata in auge è la tradizione alta della rivista, e del gioco en travesti, che Timi regge così bene e con un divertimento genuino, che fa della sua prova d’attore una prova di vitalità scenica.
La scena, che rimane uguale a se stessa dall’inizio alla fine, è un luccicante interno boghese, addobbato e natalizio, che man mano diventa sempre più asfittico, ambiguo, a tratti surreale, sfondo di una vicenda dal finale fantastico, che si può tranquillamente definire “del terzo tipo”.

Da rimarcare sono i vaporosi vestiti indossati dal protagonista e dalla sua prima interlocutrice, Lucia Mascino, un vero e proprio tuffo nelle sartorie avanguardiste anni ’50 e ’60.
A contrappuntare la scena poi gli ormai classici inserti video, che rimandano a programmi televisivi anni ’60, in particolare colpiscono le “signorine snob” che vengono a delineare meglio il profilo ancora incerto di un’evoluzione femminile impigliata tra una nuova forma di pseudo-indipendenza e voglia di riconoscimento, dove una giovane Franca Valeri ripropone impietosa i tic di una generazione, che voleva prepotentemente elevarsi socialmente a partire dall’esteriorità.

A ritmare tutta la narrazione sono i continui applausi a scena aperta, e tantissime risate, vere.
Una costante degli spettacoli di Filippo Timi è proprio questa: avvertire attorno a sè un’atmosfera conviviale, come un ritrovo tra amici, un evento dove la sola presenza dell’attore crea un ambiente intimo, e viene omaggiata e vissuta con empatia da un pubblico perlopiù adorante.
E’ l’effetto Timi!
E allora il critico teatrale, o chi recita tale ruolo nella giostra quotidiana delle maschere, esce da uno spettacolo con una trama in fondo un pò delirante e folle, dove forse si insiste un pò troppo su facili giochi di parole, resi divertenti solo dalla straordinaria bravura del suo interprete (ma che sa anche raggiungere in qualche breve momento una sua impalpabile essenza poetica, e rara intensità) con così tanto buon umore e gusto ritrovato per il gioco teatrale, che non può far altro che ringraziare per la gioiosa freschezza di certe rappresentazioni.

Forse Timi potrebbe parlarci un pò di più di questo presente sgangherato e dolente, forse potrebbe ma… il gioco del teatro è talmente nelle sue mani che è bello credere, e tornare a giocare al “facciamo che io…”, tornare un pò bambini… a teatro si può, e forse ogni tanto quando chi conduce il gioco sa perfettamente stare e improvvisare, è un lusso poterlo fare, recuperando quella sana, quasi sempre perduta, leggerezza.

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