Cartoline dalla Polonia #2. “Iwona, principessa di Borgogna” di Agata Duda-Gracz

GIULIA RANDONE | “Ma hai visto almeno uno spettacolo di qualcuno che conosco?”
“Certo. E ti stupirò… è pure un autore polacco.”
“Mi pare improbabile.”
“Hai presente Witold Gombrowicz? Trovi i suoi romanzi in tutte le librerie, pubblicati nell’Universale Economica Feltrinelli.”
“Forse. Non è quello che citavano qualche tempo fa, quando si parlava di trentenni bamboccioni?”

Foto di Kasia Chmura-Cegielkowska

Foto di Kasia Chmura-Cegielkowska

Se a qualcuno il nome Gombrowicz suona familiare di solito è perché ha letto Ferdydurke o perché ha visto di recente la versione ronconiana di Pornografia. Alla loro uscita e per lungo tempo, entrambi i romanzi suscitano scalpore. Diversamente, la prima opera drammatica di Gombrowicz è accolta nella più totale indifferenza. Scritta a metà degli anni Trenta, Iwona, principessa di Borgogna deve infatti attendere la fine della guerra e l’allentamento della censura comunista per essere apprezzata, stampata (in un’edizione corredata dalle illustrazioni di Tadeusz Kantor!) e finalmente messa in scena. Siamo però nel 1957: questa tragicommedia assume le sembianze di una satira politica e il suo successo induce il regime a interrompere le repliche e impedire ulteriori allestimenti fino a metà degli anni Settanta.

 La trama. Durante una passeggiata il principe Filippo incontra Iwona, una ragazza apatica, brutta, fifona e silenziosa. Infastidito dal suo aspetto e dal suo comportamento, il principe decide tuttavia di fidanzarsi con lei per non sottomettersi alla norma che imporrebbe agli uomini di innamorarsi solo di donne belle e seducenti. In un primo momento i membri della corte si prendono gioco sia della scelta dell’erede al trono sia della mancanza di grazia di Iwona. In breve, però, la presenza della ragazza, la sua indecifrabilità e selvatichezza, generano nella corte una reazione di profondo disagio e portano a galla vizi e colpe rimosse. Uscita allo scoperto, la comunità disgregata che circonda Iwona unirà le proprie forze allo scopo di espellere da sé quel corpo estraneo e inquietante.

La contrapposizione tra la corte e la giovane è stata spesso interpretata, non solo in Polonia, come metafora della situazione politica contemporanea. Leggendo il suo “testamento”, scopriamo però che l’autore rifiuta ogni interpretazione “cervellotica” e considera Iwona “frutto della biologia, e non della sociologia”. Insomma, ci mette in guardia dall’interpretare il dramma secondo i parametri del conflitto tra una società oppressiva e un’individualità ribelle, e ci invita a spostare lo sguardo sul funzionamento dell’animale-uomo.

La regista Agata Duda-Gracz raccoglie quest’ultima, provocatoria, volontà di Gombrowicz evitando i richiami a una precisa condizione storico-sociale. Gli attori del Teatr Jaracz di Łódź vestono abiti eterogenei e si muovono in un paesaggio effimero, in cui le scenografie sono sostituite da proiezioni geometriche, ritagli di luce e fenicotteri rosa. Sulle prime viene da chiedersi che cosa c’entrino e se questi animali non siano già stati caricati di troppi simboli ne La grande bellezza, ma allora bisognerebbe anche domandarsi perché uno dei personaggi indossi un costume con piume nere da fare invidia a Björk e perché dalla bocca di Iwona escano soltanto versi. E perché tutti, ad eccezione della ragazza, esibiscano opinioni e doti da talent show (c’è l’assolo di danza, la coreografia di gruppo, lo speech, diversi pezzi cantati) desiderando affermare la propria originalità di animali da palcoscenico.

Con Duda-Gracz la sociologia si trasforma in zoologia: agli estremi della formalità e della sua assenza trionfano gli impulsi animali. Da una parte Iwona, che credendo nell’amore del principe si risveglia dal torpore e si trasforma in una bestiola non addomesticata e impaurita ma fedele a colui che l’accudisce; dall’altra un branco di uomini, donne e giovani effeminati che rivaleggiano costantemente per imporsi sugli altri sfruttando il proprio potere, la propria bellezza o la propria astuzia. I costumi, ad opera della stessa regista, sono particolarmente riusciti: se i membri della corte indossano abiti eccentrici, di proposito non coordinati ma accomunati da colori sgargianti e fantasie chiassose, Iwona veste un camicione semitrasparente che ne rimarca la solitudine e fragilità. La sua debolezza (e non la sua ribellione) la renderà preda di questi animali da palcoscenico, fratelli cattivi dei modelli di Zoolander, educati alla rivalità e a una sessualità ferina, senza traccia di umano erotismo.

Una lettura, questa, che forza un po’ il testo gombrowiciano – in cui proprio l’erotismo è centrale – ma che ha il pregio di allertare lo spettatore, mostrandogli l’uomo nella sua bestialità raffinata. Peccato che la regista non porti avanti questa idea sino alla fine: quando Iwona sparisce dalla scena lasciando il campo ai complotti della coppia reale e del ciambellano lo spettacolo si converte in una commedia d’intrighi dal sapore farsesco. Espedienti scenici e battute danno l’impressione di essere prelevati da tutt’altro spettacolo, disperdono la tensione fin lì accumulata e lasciano lo spettatore disorientato.

“Mi ha incuriosito questa commedia, magari faccio un salto alla Feltrinelli.”
“Ehm, non la trovi perché è uscita per la casa editrice Lerici. Nel 1963. Mai più ristampata.”
“La tua opera di divulgazione fa acqua da tutte le parti.”

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