La “Dipartita finale” del teatro italiano: a colloquio con Pagliai, Branciaroli e Popolizio

"Dipartita finale" @ Alessandro Fabbrini

“Dipartita finale” @ Alessandro Fabbrini

MATTEO BRIGHENTI | “Beckett è arrivato al confine della parola utilizzabile su un palcoscenico, nessuno è andato oltre, ha creato un bivio: o non parli più o torni indietro. Lui scelse di non parlare più, noi, per continuare, dobbiamo tornare indietro, alla terrenità, alla concretezza della parola.”

Quattro attori non più giovani ritardano la morte con le parole. Riguarda solo loro, gli altri, l’umanità, non c’è più, partita, andata su un altro pianeta. Parlare è il povero modo che hanno per mantenersi in vita. Una sorta di robivecchi, vecchi loro, vecchie le cose che li circondano, abbraccia quindi l’esistere frenetico di Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai e Massimo Popolizio, i tre clochard Pol, Pot e il Supino, di Dipartita finale, visitati da una morte travestita da Totò e incarnata da Franco Branciaroli.
Il testo, scritto e diretto dallo stesso Branciaroli, è un gioco dell’assurdo ispirato a Finale di partita e ad altri Beckett. Uno spettacolo che ricorderemo per la vastità dell’ordine anagrafico in scena: Gianrico Tedeschi (95 anni), Ugo Pagliai (77), Franco Branciaroli (67) e Massimo Popolizio (54).
Lo scorso fine marzo, nel Saloncino del Teatro Manzoni di Pistoia, ho coordinato un dibattito pubblico con Pagliai, Branciaroli e Popolizio. Un incontro sulla drammaticità grottesca dell’essere umano e sulla fine che spetta al nostro teatro.

Branciaroli, perché ha scelto di affrontare il tema della morte con uno stile leggero, divertente e divertito?
Franco Branciaroli: “Si parla poco della morte, se ne parlassimo di più sarebbe meglio per tutti. Morte che, paradossalmente, qui muore. Del resto, lo scopo finale del cammino dell’umanità, tutto il suo sforzo scientifico e tecnico, è quello di non morire. Credo che per affrontare argomenti così non si presti più il teatro classico, solo con l’avanspettacolo si può far passare queste pesantezze senza rischiare la retorica. ”

Mentre scriveva Dipartita finale aveva già in mente gli attori che l’avrebbero interpretata?
F. B. : “Quando un drammaturgo scrive non può prescindere da un’idea di attore. Questo testo abbisognava di un ordine anagrafico a scendere, dal più vecchio al più giovane. Inoltre, era fondamentale che ci fossero attori noti, per far scattare il feeling con il pubblico: se già si ha difficoltà a fare dei testi contemporanei notevoli, Bernhard per esempio, figurati uno come questo…”

In un’intervista ha detto che c’era bisogno non solo di attori vecchi, ma anche di vecchi attori, interpreti che portassero sul palco, oltre al personaggio, anche la solidità della loro carriera. Allora chiedo al più anziano qui presente, Ugo Pagliai, che cosa lo ha attratto di Dipartita finale.
U. G. : “È un testo importante, parla di religione, del passato e del futuro. In vecchiaia, poi, uno vuole sperimentare, fare passi più lunghi della propria gamba, interpretando qualcosa che non ha mai fatto, uno vuole cadere e rialzarsi. Sono stato fortunato, perché l’aspetto principale di Dipartita finale è che non ha schemi, ci sono soluzioni di dialogo che ti permettono di far ridere, e far ridere in teatro è importantissimo. Noi stessi, dentro di noi, ridiamo e godiamo di questo.”

"Dipartita finale" @ Alessandro Fabbrini

“Dipartita finale” @ Alessandro Fabbrini

Sul palco condivide lo stesso letto con Gianrico Tedeschi, insieme formate quasi una ‘coppia scenica di fatto’. Com’è lavorare con lui?
U. P. : “Il mio rapporto con Tedeschi è meraviglioso, mi affascina ogni sera: la sua presenza, il suo modo di essere, di guardarmi, di avere paura e gioia, sono cose molto, molto belle e nascono lì, in quel momento. A volte sperimento, faccio di più di quello che abbiamo stabilito durante le prove, per vedere come reagisce e lui, puntualmente, mi segue, su qualunque terreno mi sposti. Ha 95 anni eppure esprime una vitalità e un’energia fisica e intellettuale sorprendenti.”

Invece, il più giovane della compagnia, Massimo Popolizio, sta immobile e silenzioso per tre quarti dello spettacolo.
M. P. : “Quello che succede in scena è estremamente profondo: vivo un senso di fine per l’intelligenza e il lavoro che hanno fatto questi uomini. Sono il testimone di un teatro che non ha ricambio, se mi affaccio oltre il palcoscenico vedo uno sfacelo. Dividere il palcoscenico con questa genia di attori è un grande privilegio: gioisco, ma allo stesso tempo ho le lacrime, perché vedo gli ultimi splendidi animali di una fauna che non ci sarà più. Oltre all’interesse del testo, per me è stato importante partecipare a quella che considero un’ultima olimpiade.”

F. B. : “La baracca in scena può essere vista come il teatro. Se la leggi come metafora, rappresenta la nostra condizione di oggi: gli attori muoiono di fame, gli stipendi ce li hanno solo i dirigenti, tutto sta crollando.”

Verso la fine arriva il messaggio di quelli che hanno lasciato la Terra. Loro ce l’hanno fatta.
M. P. : “Il messaggio arriva per posta, un fischio e un pacchetto entra in scena. La voce che ha inciso Branciaroli sembra quella di Berlusconi. Però, l’anno scorso c’è stata una gran risata, ora meno. È già dimenticato ormai. La scrittura contemporanea cambia da stagione a stagione, vive del momento.”

F. B. : “E dove vanno a finire? In un pianeta gemello della Terra! Con una differenza: possono fare gli dei, cambiare il destino, far vincere Troia o Napoleone a Waterloo. Scatenano una hybris assolutamente folle, specchio di quella che abbiamo noi, in certe parti della nostra società. È un’eternità solo ‘in avanti’, non risolve il problema essenziale, perché ci siamo e da dove veniamo. Uno di costoro, però, si è rifiutato di abbandonare questo pianeta. Aspetta il ritorno di Gesù Cristo, la fine del mondo e la resurrezione della carne: così avrà ‘l’eternità all’indietro’, conoscerà il mistero della vita. Dipartita finale è un testo schopenhaueriano, per buttarla giù pensante. Vuol dire che non c’è scampo. Tranne per il Supino di Popolizio, che ha fede in questo Signore di duemila anni fa.”

DIPARTITA FINALE
di Franco Branciaroli
regia di Franco Branciaroli
scene Margherita Palli – luci Gigi Saccomandi
con (in ordine anagrafico)
Gianrico Tedeschi, Ugo Pagliai, Franco Branciaroli e Massimo Popolizio
e con Sebastiano Bottari

Qui la tournée dello spettacolo.

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