La politica culturale è ancora politica? E’ ancora culturale? Intervista a Mariateresa Surianello

SILVIA TORANI | Per anni fautrice del premio Dante Cappelletti e più di recente del premio intitolato a Renato Nicolini, operatrice del mondo della cultura a Roma, Mariateresa Surianello è senza dubbio una delle persone più profondamente legate alle arti sceniche e performative nella capitale. E proprio da una riflessione sul premio che da anni consente a giovani compagnie di segnalarsi e avviarsi alla circuitazione, scaturisce un discorso più ampio sulla promozione del teatro oggi. La abbiamo incontrata in un confronto franco e diretto.

Secondo lei, qual è oggi il senso dei premi al teatro?

Per Tuttoteatro.com il senso continua a essere il medesimo, l’indagine, il sostegno e la promozione della scena contemporanea, attraverso la produzione di nuove opere. Il nostro concorso non è diretto ai “giovani”, il regolamento non prevede limiti di età, sono quindi molti gli artisti già affermati che partecipano ogni anno, trovando nelle giornate aperte al pubblico un’occasione di visibilità e di confronto, una prima verifica del lavoro svolto. E poi lascia totale libertà creativa, il Premio è aperto a ogni genere, forma e linguaggio. Il requisito essenziale è che sia inedito.

Il premio “Dante Cappelletti” è ormai giunto alla sua undicesima edizione. Come ritiene che sia cambiato il panorama della scena contemporanea italiana in più di un decennio di attività?

Non mi pare che nell’ultimo decennio il sistema teatrale italiano si stato modificato, né attraverso la tanto agognata legge, né, tantomeno, con il cambio dei responsabili ministeriali. Quindi, permane cronica la carenza di spazi e risorse destinati alla ricerca e alla sperimentazione dei linguaggi. Le istanze restano le stesse. La scena indipendente deve necessariamente organizzarsi una sorta di circuito parallelo a quello degli Stabili e degli Stabili di Innovazione, inventandosi modalità di coproduzione per reperire risorse. Certo, le condizioni di lavoro per gli artisti della scena sono molto diverse da un’area geografica e l’altra del nostro Paese e la differenza la fanno le persone preposte alla preparazione di cartelloni e stagioni teatrali. E aggiungerei anche di qualche festival, visto che – senza fare nomi in questa sede, diciamo verso Sud – si verificano strane incongruenze in manifestazioni che dovrebbero proporsi come fiore all’occhiello dell’Italia teatrale più avanzata. Si è parlato per anni di residenze e in molte regioni il lavoro sul territorio ha dato dei frutti, sia in termini di crescita di un nuovo pubblico, sia riguardo alla creazione artistica che ha trovato momenti di stabilità. Purtroppo manca la continuità nelle politiche culturali e i “normali” processi di avvicendamento artistico si paralizzano, perché in Italia la cultura resta legata a doppio filo alla politica partitica. Quando cambia una giunta si azzera tutto, che sia per manie di protagonismo dell’assessore di turno, per sua indifferenza o ignoranza fa lo stesso, il punto è che si deve ricominciare tutto da capo.
Purtroppo, l’esempio del Lazio con le sue Officine è significativo di questo andamento e vale la pena qui di ricordare il tristissimo caso della Giunta Polverini, la quale, mentre sperperava per i rimborsi ai gruppi una cifra come 14 milioni di euro, non è stata in grado di rinnovare i bandi, appunto, per le Officine. Fortunatamente, alla metà del mandato, tra scandali (subito dimenticati) e accuse reciproche, se ne sono andati tutti a casa e con la Giunta Zingaretti il teatro e la danza sono tornati ad avere almeno quel minimo per la sopravvivenza. Vediamo ora cosa accadrà nel prossimo futuro con la nascita dei “teatri nazionali”. Credo sia il primo cambiamento a livello centrale in oltre sessanta anni.

Pensa che il premio “Dante Cappelletti” abbia avuto in questo senso un ruolo attivo?

I premi in generale possono fare poco, se poi dalla parte di chi programma non c’è attenzione ad accogliere le nuove creazioni. Dal canto nostro, posso dire che molte realtà oggi acclamate e riconosciute tra le più innovative sono uscite dal Premio Cappelletti. Non solo come “vincitori”, ma nel senso che sono stati allestiti in forma di primo studio scenico in occasione del Concorso. In undici anni, la giuria di Tuttoteatro.com ha visionato oltre 1100 progetti di spettacolo, sono numeri importanti che hanno riconosciuto nel Premio una funzione di osservatorio della scena contemporanea.

Qual era il suo obiettivo undici anni fa, quando istituì il premio? Lo ritiene ancora attuale o c’è qualcosa nel premio che andrebbe modificato?

L’obiettivo è duplice e si rinnova ogni anno, ossia, offrire alle realtà teatrali italiane, europee ed extraeuropee un approdo accogliente, per provare le nuove opere in cantiere, con una giuria indipendente – composta solo da giornalisti e critici – e con gli spettatori, che possono essere occasionali, ma in maggioranza sono frequentatori assidui e addetti ai lavori. In secondo luogo, raccogliere “quanto si muove e agita la scena contemporanea” – così è scritto nel bando di concorso – per tentare di fornire suggerimenti ai programmatori teatrali “ufficiali”. Detto per inciso, le giornate del Premio rappresentano una rara opportunità di salire su un palcoscenico importante con opere ancora in divenire, non solo per gli artisti e le compagnie più giovani, ma troppo spesso anche per i già conosciuti. In questo paesaggio, sì, lo ritengo ancora attuale. Quello che vorrei migliorare è la sua diffusione a livello internazionale.
Negli anni sono state poche le realtà estere partecipanti. Mi rendo conto che il problema principale nell’interazione con la scena extra italiana risiede tutto nella tempistica progettuale. Mi spiego. In Italia, iniziative come la nostra, finanziate da Enti pubblici, arrivano spesso alla vigilia del loro svolgimento senza avere certezza alcuna dei finanziamenti richiesti. Questo comporta ritardi notevoli nella programmazione, inimmaginabili all’estero. Ritardi che purtroppo nel corso del decennio sono peggiorati, con la conseguenza di vedere inficiati i nostri sforzi nel coinvolgimento di artisti extra italiani. Nell’ultima edizione del Premio, nonostante si fossero messe a punto tutte le procedure per accogliere artisti finlandesi (traduzioni in finlandese e in inglese, coinvolgimento di Ambasciata e operatori di quel Paese per la diffusione del bando), la risposta è stata totalmente insufficiente.

Quali possibilità intende offrire in futuro alle realtà teatrali emergenti nel breve e nel lungo periodo?

Per il futuro mi piacerebbe, appunto, lavorare sullo sfondamento dei confini territoriali e creare uno scambio internazionale, ospitando le nuove opere extra italiane nelle giornate del Premio e alimentando le ospitalità estere degli italiani.

Negli ultimi anni è stato istituito un secondo premio, intitolato all’architetto e drammaturgo Renato Nicolini. Che cosa può dirci in proposito?

Sì, un atto minimo per una persona eccezionale come Nicolini, del quale si sta cominciando ora a studiare il pensiero. Architetto, politico e intellettuale raffinatissimo, Renato è stato parte essenziale del settimanale Tuttoteatro.com (la prima rivista italiana di informazione e critica teatrale) e poi del progetto Premio, la cui giuria deriva proprio da quella redazione. Subito dopo la sua morte (nell’agosto del 2012) abbiamo istituito il riconoscimento a lui intitolato, impegnandoci in scelte davvero difficili. Il Premio Tuttoteatro.com Renato Nicolini è assegnato a una personalità della cultura che si sia distinta con il suo operato nel rinnovamento dei rapporti e quindi delle politiche culturali, tenendo in mente il lavoro rivoluzionario del Nicolini assessore, in particolare a Roma. Basti pensare all’Estate Romana, l’invenzione nicoliniana più popolare, copiata in tutta Italia e non solo.

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